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redazione ECplanet

La FDA (Food and Drug Administration) statunitense, dopo aver invitato espressamente i fabbricanti di antidepressivi ad inserire un riquadro neroper avvertire del grave rischio di pensieri e comportamenti suicidari in giovani adulti, di età compresa tra 18 e 24 mesi, durante la fase iniziale del trattamento, adesso propone di dichiarare nelle informazioni d'uso che non esistono dati a supporto di un aumento di idee o comportamenti suicidari in adulti di età superiore a 24 anni e che negli anziani oltre i 65 anni di età l'assunzione di antidepressivi si correla con una diminuzione del rischio suicidario. Questo “aggiornamento” dovrebbe servire ad enfatizzare il fatto che la depressione ed altri importanti disturbi psichici sono, di per se, cause importanti di suicidio, e che i pazienti in trattamento con antidepressivi non dovrebbero interromperli ed in caso di dubbi dovrebbero rivolgersi al loro medico curante.

In questa nuova proposta c'è sicuramente lo zampino di “Big Pharma”, a cui molto probabilmente non sono piaciute tutte le polemiche nate in seguito all'associazione tra l'uso di psicofarmaci e le stragi come quella del Virginia Tech ad opera del giovane sud-coreano che poi si è suicidato. Nella “blogosfera” In particolare, si è esteso un ampio dibattito in merito, anche in Italia. Ad esempio, Mirko fa notare che nel nostro paese si verificano numerosi casi in cui “...una madre uccide il proprio figlio e poi tenta il suicidio, oppure uccide il proprio figlio e non ricorda come sia accaduto. Alcuni giorni dopo si legge che "La madre era sotto cura di antidepressivi”. In un articolo di Amanda Adams, pubblicato su La Leva di Archimede, dal titolo “Psicofarmaci e stragi familiari” si afferma tra l'altro: “...Il consumo di antidepressivi in Italia, secondo la OSMED, ha subito un aumento del 75% in termini di dosi nell’arco di 3 anni dal 2000 al 2003. Nello stesso periodo gli omicidi perpetrati all’interno delle famiglie e quelli di carattere passionale sono aumentati in modo preoccupante, mentre quelli per furto, rapina e quelli legati da atti di criminalità organizzata sono diminuiti complessivamente del 50%”.

Il legame tra esplosioni inconsulte di violenza e uso o abuso di psicofarmaci è sempre più evidente. In più dell'80% degli articoli della cronaca nera sugli omicidi famigliari o passionali, viene specificato che l'assassino assumeva antidepressivi o psicofarmaci nel periodo antecedente all'omicidio. Ma quando si deciderà di intervenire ? Nel frattempo, l'OMS ha reso noto che nel giro di dieci-quindici anni, la depressione sarà la malattia più diffusa del mondo (e, di conseguenza, gli anti-depressivi i farmaci piùvendutialmondo, ndr). Il dato è emerso dal dal primo studio epidemiologico sui disturbi depressivi, effettuato da ESEMED-WMH (European Study on the Epidemiology of Mental Disorders - World Mental Health): riguardo il nostro paese, sarebbero circa il 25% gli italiani affetti da depressione, spesso accompagnata da disturbi collaterali come ansia e panico, di cui, circa un 10% affetti da depressione diagnosticata, l'altro 15% di depressi “sommersi”. In totale, un italiano su quattro è depresso o a rischio depressione. In quanto ai danni provocati, la depressione risulta la condizione morbosa associata al maggior numero di anni di vita vissuti in condizione di disabilità. Lo studio afferma anche che nel 2020 la depressione sarà la seconda malattia invalidante nel mondo e la prima per diffusione: potrebbe colpire il 20% della popolazione, considerando esclusivamente i pazienti diagnosticati e in cura.

In Italia, si è riscontrata una maggiore prevalenza di disturbi, sia depressivi che d'ansia, nel Sud e nelle Isole rispetto al Centro e al Nord, e una minor prevalenza di disturbi nella classi di età centrali (24-49 anni). Inoltre, poco meno del 40% di coloro che avevano sofferto negli ultimi 12 mesi di un disturbo depressivo hanno sofferto anche di un disturbo d'ansia. L'ansia unita a depressione è risultata quasi sei volte più frequente nelle donne rispetto agli uomini.

Una ricerca pubblicata sull'ultimo numero della rivista open access BMC Psychiatry, propone di usare internet per auto-diagnosi di depressione, poiché, sostiene, l'anonimato può favorire l'abbattimento dello stigma attorno ad una malattia ancora socialmente percepita come una cosa di cui vergognarsi. Un gruppo di ricercatori del National Taiwan University Hospital ha già sviluppato un programma diagnostico per la depressione e lo ha reso disponibile in rete a dei volontari che hanno accettato di partecipare allo studio osservazionale. L'accesso on-line al test era disponibile esclusivamente ai partecipanti allo studio.

La modalità del reclutamento dei volontari è stata singolare: i medici hanno deciso di usare uno dei siti di salute più popolari nell’estremo oriente, un sito rivolto al pubblico a carattere divulgativo: ad intervalli regolari, di due settimane, i pazienti hannorispostoad un questionario ribattezzato “Internet-based Self-assessment Program for Depression”. Alla fine dello studio, il 46% del campione è risultato non essere affetto da depressione; il 31% affetto da disturbi depressivi maggiori, il 7% da disturbi depressivi minori, mentre il 15% dei volontari ha manifestato sintomi depressivi non catalogabili come disturbo. Secondo gli autori dello studio, questo tipo di test ha permesso di aumentare di circa un terzo le diagnosi di depressione che normalmente restano sommerse.

Data articolo: maggio 2007

Link correlati all'articolo:

WHO | Mental health

BioMed Central | BMC Psychiatry

National Taiwan University Hospital

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