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La guerra dell'acqua


redazione ECplanet

Il 22 marzo 2006, per volontà delle Nazioni Unite, si è celebrata in tutto il mondo la «Giornata Mondiale dell'Acqua», in chiusura del quarto World Water Forum, svoltosi a Città del Messico. Per l'occasione, è stato presentato il secondo rapporto sullo sviluppo mondiale delle risorse idriche dal titolo “Acqua: una responsabilità comune”. “Circa 11 milioni e mezzo di persone distribuite tra Kenya, Tanzania, Uganda, Etiopia, Somalia, Eritrea e Burundi stanno pagando le conseguenze della disastrosa stagione delle piogge primaverile e autunnale del 2005, tra le più aride degli ultimi 15 anni”, ha sottolineato la ong Amref.

Il World Water Forum, per una settimana ha riunito quasi diecimila persone e i rappresentanti di 130 diversi Paesi per parlare di «azioni locali e sfide globali» intorno a quella che è stato definito «il problema dell'oro blu». Nella capitale latino-americana sono giunti uomini di Stato, tecnici e scienziati, esponenti di organizzazioni non governative, rappresentati di popolazioni locali. Notevole la posta in gioco: verificare i risultati di una strategia che da dieci anni tenta di risolvere il problema dell'acqua e proporne, eventualmente, un'altra.

Quale è «il problema dell'oro blu» e quale è la ormai decennale strategia che ha cercato di risolverlo ? Quasi 2 miliardi di persone non hanno accesso regolare e sufficiente (almeno 20 litri al giorno) all'acqua potabile; 3,25 miliardi di persone non hanno servizi igienici in casa. Quasi 1,5 milioni di persone muoiono ogni anno nel mondo per queste carenze. Senza contare il cambiamento del clima, la desertificazione, l'erosione delle coste, l'innalzamento del livello dei mari, l'aumento degli eventi meteorologici estremi, il fatto che il 20% delle specie viventi rischia di scomparire a causa dell'inquinamento delle acque.

Il problema principale è la sete. Di acqua potabile disponibile al mondo ce n'è in quantità sufficiente per tutti. Ma è mal distribuita, c'è tantissima in Islanda e pochissima nel deserto del Sahara, soprattutto dagli uomini: viene consumata tantissima in agricoltura e troppo spesso stenta a raggiungere le città e i villaggi, soprattutto nei Paesi in via di sviluppo. Complici, la mancanza di infrastrutture o l'arroganza delle infrastrutture (dalla grandi dighe alla sottovalutazione delle culture locali).

Occorre destinare una parte degli aiuti allo sviluppo in opere idrauliche e, più in generale, alla gestione del problema acqua nei Paesi più poveri e più aridi, si diceva. Circa una decina di anni fa si constatò però che gran parte di questi fondi non venivano spesi per risolvere i problemi idrici, ma finivano nelle tasche di governanti corrotti. Allora si modificò la strategia: «trades not aids», “commerci non aiuti” è stato il grido di battaglia di un nuovo pensiero, quello neoliberista, espresso dal Presidente degli Stati Uniti e diventato egemone in tutto il mondo. Da qui, la nuova strategia, supportata dalle grandi organizzazioni finanziarie internazionali: privatizzare. Conferire all'acqua un valore economico e metterla sul mercato. Solo così - sostengono i neo-liberisti - si possono drenare le risorse necessarie per risolvere il problema del liquido non a caso definito «oro blu».

E così, l'acqua potabile disponibile ha cambiato statuto. Da diritto universale dell'uomo, è stato declassato prima a bisogno e poi a mera merce. E così, il controllo delle acque potabili disponibili in molti paesi è stato assunto da aziende private. Troppi Paesi, soprattutto tra quelli in via di sviluppo, sono stati costretti a fare propria la strategia dell'«acqua uguale merce» e a privatizzare la gestione dell'«oro blu». Tutto questo ha suscitato enormi tensioni sociali e creato molti problemi economici. In breve, come ha dichiarato un esperto della Nazioni Unite, David Boys, al New York Times: «Questeaziende hanno perso tonnellate di quattrini e tonnellate di rispetto».

È stato, insomma, un fallimento: in questi ultimi due o tre lustri,il numero di persone che non hanno accesso all'acqua potabile, con tutti gli effetti drammatici, e a volte tragici, che ne conseguono, è aumentato. Mentre, nel contempo, l'acqua è diventata un ulteriore fattore di ingiustizia sociale in un mondo che non è mai stato così ricco e non è mai stato così disuguale.

Al World Water Forum di Città del Messico, gli organizzatori (il privato World Water Council) hanno rilanciato il “globalismo”, parlando di sfida globale da cogliere mediante azioni locali: superare il rapporto tra stati (e tra aziende e stati) per creare rapporti tra comunità locali (e tra aziende e comunità locali). Ma bisogna sempre considerare che le comunità locali sono molto più deboli dei governi nella trattativa con le aziende (soprattutto con le grandi aziende).

A Città del Messico, dunque, il vero nodo, quello dell'acqua ridotta a merce, non è stato sciolto. Alejandro Encinas Rodriguez, sindaco della città ospite: «Senza un forte controllo pubblico, la privatizzazione dei sistemi di distribuzione dell'acqua non potrà mai assicurare un equo e sufficiente accesso di tutti all'acqua».

L'acqua dovrebbe essere considerata un diritto universale. Non può essere privatizzata. Non può essere mercificata. Dovrebbe rimanere pubblica. Ma ormai è diventata un grosso business. Non importa che 11 milioni di persone già oggi rischiano di morire a causa della siccità in Africa orientale. Gli affari sono affari.

Fonte: www.unita.it / 23.03.06

Istituzioni citate e correlate all'articolo:

México 2006 4th World Water Forum

World Water Council

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