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Estinzione globale 4
Estinzione globale 4


di: Alessio Mannucci

L'estinzione è un processo naturale. L'evoluzione prosegue il suo cammino, molte specie spariscono e nuove specie emergono, in un processo dinamico chiamato “background extinction”. Inoltre, la storia geologica è stata sottolineata da 5 grandi estinzioni di massa, che hanno portato alla scomparsa di un gran numero di specie, dovuto a possibili eventi drammatici quali possono essere l'impatto con qualche asteroide o il mutamento del livello del mare. Oggi, molte testimonianze inducono gli esperti a ritenere che vi sia in atto una “sesta onda di estinzione”, una diminuzione delle specie dovuta soprattutto alle attività umane.

Secondo la World Conservation Union o IUCN (International Union for the Conservation of Nature and Natural Resources), che raggruppa un consesso internazionale a cui partecipano 83 paesi, 800 ong (organizzazioni non governative) e 10.000 scienziati ed esperti dediti a preservare la biodiversità della Terra, attualmente sono 3.071 le specie a rischio. Come dimostra il report “European Mammal Assessment”, rilasciato dalla World Conservation Union in occasione dell'International Biodiversity Day lo scorso 22 maggio, un sesto delle specie di mammiferi presenti sul suolo e nei mari del Vecchio Continente potrebbe sparire molto presto dalla faccia della terra se non saranno presi subito provvedimenti: con il documento dell' “Habitats Directive”, l'Unione Europea ha chiesto agli stati membri di adoperarsi per far sì che entro il 2010 il processo che sta portando alla perdita della biodiversità venga arrestato.

Secondo i dati IUCN, il 15% delle 250 specie di mammiferi che popolano l'Europa e la Russia occidentale sono classificate come vulnerabili, o peggio, ovvero a rischio di estinzione. In particolare, è molto critica la posizione di un gruppo di mammiferi europei, classificati come “in grave pericolo”, tra cui vi sono: la lince iberica (una specie di gatto selvatico che ha prosperato in Spagna, Portogallo e Francia del sud, di cui restano circa 120 esemplari, sparsi in Andalusia. L'estinzione della lince iberica sarebbe la prima specie selvaggia ad andare estinta dopo circa 2.000 anni), la volpe artica, il visone europeo, l'orango dell'isola di Sumatra (che sta sparendo ad un tasso di circa 1000 esemplari l'anno), il cammello selvaggio di Bactrian, cammello a due gobbe antenato dei cammelli domestici (anche se è sopravvissuto a 45 anni di test nucleari nel Gashun Gobi, non è più in grado di sopportare le attività correnti, che includono l'estrazione, la caccia, lo sviluppo industriale e la miscelazione genetica con i cammelli domestici. Ne restano circa 650 esemplari in Cina e 350 in Mongolia), la gazzella dama, diffusa nel deserto del Sahara (nell'ultima decade, è sparita per circa l'80%, soprattutto a causa della caccia e della distruzione dell'habitat. Ne restano non più di 100 esemplari nei territori del nord Africa, nel Ciad, nel Niger e nel Mali), il vombato dal naso peloso (ne esistono circa 100 esemplari che vivono in un'area protetta del Queensland, in Australia), il pipistrello delle Seychelles, l'alligatore cinese, il rinoceronte nero bicorno (i loro corni sono molto usati come ornamenti e per le loro proprietà medicinali, se ne contano appena 1000 esemplari), il Tamarin pezzato bicolore brasiliano (si stà estinguendo a causa dell'espansione della foresta pluviale e delll'agricoltura intensiva), la tartaruga di Leatherback, la più grande di tutte le tartarughe marine (il numero si è ridotto fra le 43.00 e le 26.000 unità).

Più grave ancora sarebbe la situazione dei mammiferi marini, a rischio estinzione per il 22% per cento. Se si considera poi che per circa la metà di queste specie non si possiedono dati a sufficienza per procedere a una classificazione, la situazione potrebbe essere anche più catastrofica. Come ai tropici, dove, in media, una specie su quattro è ufficialmente in pericolo, principalmente a causa della deforestazione, ma anche per il progressivo degrado degli habitat naturali, l'inquinamento e la caccia. A meno di un cambiamento radicale dello stile di vita umano, su cui non c'è da sperare, il numero delle specie a rischio è purtroppo destinato a salire ovunque.

Brutte notizie anche per le balene, sempre a più rischio a causa dei cambiamenti climatici che minacciano di stravolgere gli habitat e le fonti di sostentamento. Oltre le balene, a rischio anche delfini ed altri cetacei, sempre più minacciati dai cambiamenti climatici. Lo afferma il dossier “Whales in hot water” pubblicato dal WWF in collaborazione con la Whale and Dolphin Conservation Society (WDCS). Per l'organizzazione ambientalista, gli impatti del cambiamento climatico sui cetacei sono sempre più incisivi: dal raffreddamento delle acque del mare per lo scioglimento dei ghiacci e l'aumentata frequenza delle piogge, fino a un aumento del livello dei mari, alla scomparsa di habitat polari e al declino delle popolazioni di krill, piccoli crostacei che rappresentano la principale fonte di cibo per molte popolazioni di balene. Il mare ghiacciato dell'Artico si riduce ad un ritmo spaventoso (tra il 2005 e il 2006 è andata persa un'area ghiacciata estesa quanto l'Italia) e l'impatto del clima si somma ai problemi indotti da altre attività umane, come inquinamento chimico o acustico, collisioni con le navi e cattura accidentale nelle reti da pesca, che uccidono ogni giorno circa mille cetacei.

Con la diminuzione dei ghiacci, è presumibile che aumenteranno anche le attività umane in aree artiche fino ad ora rimaste intatte. «Balene, delfini e cetacei hanno una certa capacità di adattarsi ai cambiamenti del proprio habitat - afferma Gianfranco Bologna, direttore scientifico del WWF Italia - ma il clima sta cambiando talmente in fretta che non è chiaro fino a che punto riusciranno a cavarsela. Gli Stati occidentali – continua Bologna – hanno un dovere ben preciso nei confronti di queste specie». Gli impatti del cambiamento climatico sono particolarmente gravi nell'Artico e nell'Antartico e i cetacei che dipendono dalle acque polari per il sostentamento e la sopravvivenza - come belughe, narvali e balene della Groenlandia - saranno drammaticamente colpiti, afferma il rapporto. Tra gli altri impatti, il WWF cita la riduzione di habitat per diverse specie di cetacei che non sono in grado di trasferirsi in acque più fredde (come i delfini di fiume), l'acidificazione degli oceani e un peggioramento delle condizioni fisiche dei cetacei (malattie, capacità riproduttiva, tasso di sopravvivenza). Il cambiamento climatico potrebbe anche essere il colpo di grazia per le ultime 300 balene franche del Nord Atlantico.

Non se la passano bene neanche gli squali, da predatori a predati. Le associazioni Marevivo e Shark Alliance hanno lanciato un appello per l'adozione di misure di emergenza per la tutela di queste specie. Secondo Shark Alliance, sono 75 milioni quelli uccisi ogni anno, con un aumento delle catture del 22% solo nell'ultimo decennio. “Nel Mediterraneo sono presenti poco più di 80 specie di squali, sulle oltre 1.000 presenti nel mondo - ha spiegato Giuseppe Notarbartolo di Sciara, fondatore dell'Istituto Tethys - ma non per questo sono meno minacciate da catture dirette, accidentali e dal degrado dell'habitat”. Il piano per l'emergenza squali in Italia esiste già': “Da sette anni l'ICRAM lavora su questi temi - ha affermato Silvio Greco, direttore di ricerca dell'Istituto - ed è pronto ad aggiornare i dati in modo da consegnare entro giugno al ministro il piano d'azione”.

Ma quale sarà il piano ? “Sicuramente ottenere informazioni sulla composizione e la distribuzione delle specie nei mari italiani - ha aggiunto Greco - oltre a strumenti legislativi per ridurre l'impatto dell'azione dell'uomo in ambiti come trasporti, pesca e inquinamento”. Quella degli squali infatti è una specie in cima alla catena alimentare, la cui scomparsa scatenerebbe un effetto domino dall'alto verso il basso con risultati incontrollabili nell'ecosistema marino. “Gli squali crescono lentamente, generano pochi piccoli e una volta decimati stentano a riprendersi - spiega Rosalba Giugni, presidente di Marevivo - questo li rende particolarmente vulnerabili a uno sfruttamento eccessivo e indiscriminato”. E l'Italia, come quarto importatore di carne di squalo nel mondo ha le sue responsabilità.

Una recente ricerca effettuata da studiosi della Dalhousie University del Canada ha messo in luce una preoccupante situazione anche per il Nord Atlantico. Gli studiosi hanno preso in considerazione il periodo che va dal 1970 al 2005 e hanno constatato che i danni sono più gravi di quanto si era precedentemente stimato: le specie di squalo martello e squalo tigre sono diminuite del 97% mentre lo squalo toro è diminuito addirittura del 99%. Lo squalo toro, “Charchairas Taurus”, ha un corpo lungo e massiccio che può superare i tre metri, lo squalo martello, “Sphyrna mokarran”, è uno tra gli squali più antichi ed ha come caratteristica principale la strana forma del muso che assomiglia ad un martello; lo squalo tigre invece, “Galeocerdo cuvier”, così chiamato per le sue striature scure verticali lungo i fianchi, possiede un corpo slanciato ed affusolato che può raggiungere anche i 7 metri. La forte diminuzione di queste tre specie di squalo lungo la costa atlantica degli Stati Uniti ha portato ad uno squilibrio all'interno dell'ecosistema. Essendo infatti questi squali dei grandi predatori, la loro progressiva scomparsa ha determinato un aumento di quelle specie marine che erano loro prede. Per porre rimedio a questa pesante situazione, i ricercatori propongono di limitare la pesca allo squalo e di vietare la caccia alle pinne sia in acque nazionali che in mare aperto.

La sopravvivenza della tigre asiatica è legata a doppio filo alla perdita dell'habitat e delle prede, ma anche all'inarrestabile boom economico della Cina. Cacciati illegalmente, questi animali, infatti, diventano preziosi ingredienti della medicina tradizionale ancora praticata nel Paese della Grande Muraglia, di cui i “nuovi ricchi” vogliono fare uso. A lanciare l'allarme per salvare gli ultimi esemplari della specie “Panthera tigris” è Bivash Pandav, coordinatore del programma tigri e grandi felini asiatici del WWF. «Le stime ufficiali, che parlano di circa 6.000 esemplari, ormai risalgono a sette anni fa e possono essere considerate ottimiste - spiega Pandav - secondo i nostri calcoli, con la riduzione del 40% del loro habitat, negli ultimi dieci anni ormai le tigri saranno circa tra i 3.000 e 3.500 individui».

Le tigri abitano fra l'India e la Cina sudorientale e tra l'estremo oriente russo fino a Sumatra. «In Cina, dove un secolo fa viveva la maggioranza delle tigri asiatiche, oggi esistono centinaia di allevamenti di tigri in cattività, come in Occidente facciamo con i polli, mentre allo stato selvatico non saranno rimasti più di 15 individui», afferma Susan Lieberman, direttrice del programma specie internazionali del WWF. Una tigre, che uccisa in India e nel Sud Est asiatico (Malesia, Indonesia, Laos, Vietnam) all'inizio vale pochi dollari, nella rotta del traffico arriva a costare prima intorno ai 500 euro, per poi arrivare a cifre più elevate in Cina, passando dall'India attraverso Nepal o Bangladesh.

Stilando una classifica dei Paesi dove la specie risulta più a rischio di estinzione, «l'area numero uno è la Malesia, seguita da India, Nepal e poi dalle foreste della Russia», dice Pandav. La chiave per riportare il numero di esemplari ad una cifra accettabile sarebbe la conservazione degli ecosistemi, ma anche l'educazione, soprattutto dei cinesi che si affidano a queste medicine illegali. «La caccia della tigre non è qualcosa che appartiene alle popolazioni che la praticano - conclude Pandav - ma è il risultato della forte richiesta attuale da parte della Cina».

Una nuova ricerca pubblicata dal CGIAR (Consultative Group on International Agricultural Research) lancia l'allarme sul rischio di estinzione che corrono anche specie selvatiche di piante, come la patata e l'arachide, dovuto agli effetti negativi dei cambiamenti climatici: si rischia la perdita di una fonte vitale di geni, necessari ad incrementare la capacità di colture agrarie di resistere alle condizioni di siccità e peste. Secondo gli scienziati che hanno condotto lo studio, nei prossimi cinquanta anni, rischiano l'estinzione circa 31 di 51 (61%) specie di arachidi selvatiche ed 13 di 108 (12%) specie di patate selvatiche. Le colture restanti saranno limitate ai suoli sempre più marginali, erodendo così ulteriormente la loro capacità di sopravvivenza.

I risultati della ricerca sono stati resi noti durante la Giornata Internazionale di Biodiversità, organizzata dalla Convenzione sulla Diversità Biologica (Convention on Biological Diversity - CBD). Jarvis ed i suoi coautori, studiando gli effetti dei cambiamenti climatici su queste tre colture in Africa e Sud America, hanno avuto la possibilità di considerare come le comuni popolazioni di piante selvatiche si comporterebbero di fronte ad una larga variazione delle condizioni di coltivazione. Riferisce Andy Jarvis, uno degli autori della ricerca, che lavora in due centri CGIAR (al Bioversity International con sede centrale a Roma e al Centro Internazionale per l'Agricoltura Tropicale (CIAT) in Colombia): “I risultati ottenuti indicano che la sopravvivenza di molte specie selvatiche di colture, e quindi non solamente di patata, arachide e fagiolo, sono minacciate seriamente. Pertanto, è urgente raccogliere e conservare i semi di piante selvatiche prima che esse scompaiano. Attualmente, le collezioni esistenti contengono una bassa percentuale di diverse specie selvatiche nel mondo”.

L'estinzione di specie selvatiche di colture rappresenta una seria minaccia per la produzione alimentare, essendo custodi di geni caratteristici importanti, fondamentali per la resistenza alla peste e tolleranza alla siccità. Si tratta di quei geni che i ricercatori utilizzano per migliorare le prestazioni di varietà coltivate. Di conseguenza, è previsto l'intensificazione dell'utilizzo di specie selvatiche per aumentare il carattere di tolleranza e resistenza alle malattie delle loro cugine specie coltivate; visto che con i cambiamenti climatici, farà troppo caldo, troppo freddo, troppo umido o troppo arido, per permettere a molte varietà di colture esistenti di continuare a produrre ai loro livelli correnti. Di recente, i geni di piante selvatiche hanno permesso ai ricercatori di sviluppare nuovi tipi di patate commestibili, resistenti alla devastante malattia della ruggine della patata, e nuovi tipi di grano con più tolleranza alle avverse condizioni di siccità. Allo stesso modo, attraverso programmi di miglioramento genetico appropriato, specie selvatiche di arachide sono risultate fondamentali nello sviluppo di nuove varietà, resistenti ai nematodi fitoparassiti e alla peronospora, una muffa che attacca le foglie. Negli Stati Uniti, il valore delle nuove varietà prodotte è stimato nell'ordine di svariati milioni di dollari annui.

La coordinatrice di un importante progetto mondiale sulle piante selvatiche, sovvenzionato da più soggetti internazionali, e con a capo la Bioversity International, Annie Lane, ha affermato che, “l'ironia qui è che i ricercatori conteranno più che mai su piante selvatiche per sviluppare colture domestiche in grado di adattarsi ai continui cambiamenti climatici. Ma, proprio a causa dei cambiamenti climatici, rischiamo di perdere una quantità significativa di queste vitali risorse genetiche, nel momento di maggior bisogno per garantire la produzione agricola”. Una parte importante degli attuali sforzi del CGIAR è di condurre ricerche per identificare le piante selvatiche (potenzialmente) minacciate dai cambiamenti climatici, con lo scopo di anticipare e mitigare gli effetti del riscaldamento atmosferico sull'agricoltura. Negli ambienti locali, nazionali ed internazionali, i ricercatori del CGIAR stanno mettendo a punto, opzioni innovative per migliorare l'adattamento di colture agrarie ai cambiamenti climatici. Inoltre, nuove ricerche nei centri CGIAR hanno come obiettivo principale la conoscenza degli impatti dei cambiamenti climatici sulle risorse naturali, come l'acqua, la pesca e le foreste e la loro miglior gestione per soddisfare i bisogni delle popolazioni in aumento.

I cambiamenti climatici minacciano le meraviglie della natura. È allarme rosso per i paradisi del Pianeta. Nel dossier del WWF dal titolo “Salviamo le meraviglie naturali del mondo dal cambiamento climatico”, diffuso a Bruxelles in concomitanza con la seconda parte del rapporto del Comitato Intergovernativo sul Mutamento Climatico (IPCC), si legge che sono dieci le meraviglie della natura più a rischio: la barriera corallina - il cui valore complessivo, fondato sulla ricchezza di biodiversità che raccoglie, è calcolato approssimativamente in 30 miliardi di dollari - si sta sbiancando per le elevate temperature dei mari e rischia una progressiva distruzione, con drammatiche conseguenze per le innumerevoli forme di vita che vi trovano sostentamento (pari al 25% della vita marina) e per molte popolazioni in via di sviluppo. Ma soffrirà, ad esempio, anche il deserto di Chihuahua, l'area secca più ricca di biodiversità, con oltre 3.500 specie di piante, di cui un migliaio endemiche, il cui delicato equilibrio idrico è seriamente minacciato dalla variazione delle precipitazioni e dai lunghi periodi di siccità. Grave lo scenario anche per il motore idraulico del mondo, il Rio delle Amazzoni, un regolatore climatico per tutto il pianeta, che riversa nell'oceano circa un quinto dell'acqua dolce che complessivamente vi confluisce: il fiume subirà un prosciugamento diffuso, con la possibilità che buona parte della foresta pluviale si trasformi in un'arida savana. Guardando in alto, i ghiacciai dell'Himalaya (Nepal, Cina, India), veri e propri “serbatoi” che danno acqua a centinaia di milioni di