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di: Alessio Mannucci

Ad alcuni bookmakers esteri, particolarmente cinici, è venuta una grande idea: vogliamo scommettere su chi sarà il primo ad estinguersi fra otto animali rischio ?

Il primo della lista è il panda gigante (circa 1.600 gli animali che vivono in libertà), simbolo del WWF, per il quale, a causa della bassa fertilità e della continua diminuzione delle foreste di bambù, non è previsto un futuro roseo: il grande urside cinese, infatti, viene quotato a 1,90. Al secondo posto c'è un altro grande animale che vive nelle foreste, il gorilla di montagna (650 circa gli esemplari in libertà), la sottospecie dalle dimensioni più larghe: anch'esse vittime della deforestazione, hanno avuto come complici della mortalità molte malattie prese a contatto con l'uomo: le quote riguardanti questa scimmia antropomorfa che vive tra Congo, Burundi e Uganda si aggirano intorno a 4,50.

Al terzo posto si trova l'orso polare, il più grande della sua famiglia: una delle maggiori cause del suo abbassamento demografico è l'effetto serra e il conseguente riscaldamento della superficie terrestre, che favorisce lo scioglimento dei ghiacci, habitat naturale del candido animale. Nonostante conti una popolazione di circa 25.000 unità, è data a 6,00 la possibilità che l'animale si estingua prima degli altri.

Dopo l'orso bianco ci sono, con quote ravvicinate (9 e 10), la tigre del Bengala e l'orang-utan: la prima, nonostante sia la sottospecie del felino più numerosa (anche se con 4.500 esemplari in tutto il mondo tra animali in cattività e allo stato brado non si può parlare di molti individui), è stata inserita in questa macabra classifica, mentre il secondo, simpatico primate dal pelo rosso che vive nel Sud Est asiatico e soprattutto in Indonesia, viene cacciato soprattutto per creare degli spettacoli con l'uomo, data la sua straordinaria flessibilità mentale. Possibilità di estinzione anche per la tartaruga liuto, la più grande tartaruga marina: l'animale, sensibilissimo all'inquinamento marino, nonché spesso soggetto ad impigliarsi nelle reti dei pescatori, è quotato a 13. Meno possibilità che si estinguano prima degli altri l'elefante asiatico, quotato a 26, e il bellissimo ara giacinto, il più lungo pappagallo al mondo (fino a 95 cm), oltre che il più raro: le quote si aggirano intorno a 34.

E l'uomo, a quanto lo diamo ?

Le cose vanno peggio delle peggiori previsioni. Dopo il rapporto della Direzione Ambiente della Commissione Europea e, prima ancora, della relazione del consigliere economico del primo ministro britannico Tony Blair, dopo l'allarme della NASA, un nuovo, autorevole, documento, attesta che il nostro pianeta sta diventando sempre più caldo.

Nel rapporto compilato dagli esperti del Comitato Intergovernativo delle Nazioni Unite sui Cambiamenti Climatici (IPCC), si afferma, senza mezzi termini, che le emissioni di diossido di carbonio (CO2) sono la causa principale dell'aumento delle temperature. Il dossier, che sarà presentato ufficialmente venerdì prossimo a Parigi, al termine del convegno mondiale sul clima, stabilisce che da qui alla fine del secolo le temperature globali aumenteranno tra i 2 e i 4,5 gradi centigradi, come già si temeva, ma si potrebbe arrivare anche a un incremento di 6 gradi. La colpa è di un circolo vizioso già innescato e difficile da fermare: l'aumento della temperatura fa aumentare l'evaporazione di oceani e mari, e, di conseguenza, si infittisce nell'atmosfera la coltre di vapore acqueo, che è un potente agente responsabile dell'effetto-serra.

Tutti i modelli climatici esaminati dai 2.000 esperti coinvolti nello studio indicano poi che il surriscaldamento globale indebolisce le capacità del pianeta di assorbire l'anidride carbonica in eccesso. Questo potrebbe accrescere del 44% le concentrazioni di CO2 nell'atmosfera, con l'effetto di un aumento della temperatura media di 1,2 gradi in più del previsto nel corso del secolo.

Il quarto rapporto, da quando è stato fondato l'IPCC, nel 1988, decreta dunque uno stato di emergenza globale che nessuno, con un briciolo di coscienza, potrà più permettersi di ignorare: c'è il 99%, hanno concluso gli esperti, che i livelli di anidride carbonica e il riscaldamento globale siano nettamente più alti rispetto alla variazione media degli ultimi 650mila anni.

Sul fronte mari, entro il 2100, il livello aumenterà mediamente tra i 28 ed i 43 cm, nella migliore delle ipotesi. Mentre la calotta polare artica, sempre entro il 2100, potrebbe scomparire durante i mesi estivi o comunque ridursi al 10% della attuale estensione. Drastiche riduzioni si avrebbero anche per i ghiacciai delle catene montuose poste alle medie e basse latitudini con ripercussioni sulla disponibilità di acqua nei bacini idrologici e nelle falde acquifere dipendenti da tali ghiacciai. I fenomeni climatici estremi, quali le ondate di calore, le precipitazioni intense ed alluvionali delle medie ed alte latitudini, prolungati periodi di siccità alle medie e basse latitudini, diventeranno sempre più frequenti ed intensi. Quelli connessi con i ciclonici tropicali, quali uragani e tifoni, e al fenomeno di El Niño, tenderanno, a diventare molto più intensi.

«Rispetto al terzo rapporto, è aumentata in modo considerevole la valutazione sulle dimensioni dell'impatto del contributo umano sul recente cambiamento climatico. I segnali antropogenici, vale a dire i segni visibili dell'influenza umana sul clima, sono evidenti non solo nelle temperature medie globali della superficie terrestre», si legge nel documento, «ma anche in quella degli oceani». Sulla Terra, ormai, si stanno rapidamente ridimensionando le temperature estreme e stanno diminuendo i ghiacciai dell'Artico. «Il riscaldamento osservato nell'ultimo mezzo secolo non può essere spiegato senza l''influenza negativa dell'attività umana».

La tanto triste, quanto scontata, conclusione del rapporto è che l'aumento generale delle temperature è stato provocato dagli ultimi 250 anni di sviluppo economico insostenibile. L'IPCC chiama direttamente in causa le responsabilità politiche che hanno portato a questa situazione, cioè le scelte "suicide" di sviluppo energetico e produttivo centrate sui combustibili fossili e sulla deforestazione (che nel frattempo continua a ritmo spedito, ndr). Un'equipe del Politecnico di Zurigo, ha pubblicato su Geophysical Research Letters una previsione sul clima ad uso politico. È un indice per individuare le aree più soggette in futuro all'effetto serra, che spazia tra le due conseguenze estreme, siccità ed alluvioni. Alcuni cenni: eventi climatici estremi colpiranno i Tropici e i Poli, soprattutto l'Artico del Nord; l'Europa soffrirà di ondate d'afa, l'Africa centrale di inondazioni.

Il presidente degli USA, la nazione più inquinante al mondo, George W. Bush, nel discorso sullo stato dell'Unione davanti al Congresso, ha annunciato una sorta di mini svolta ecologista, un piano per ridurre del 20% il consumo di benzina nei prossimi dieci anni. Per quanto riguarda la ratifica del protocollo di Kyoto, che limita le emissioni dei gas inquinanti, invece non se ne parla. Mentre, in Italia, gli industriali esultano per l'aumento delle vendite delle auto e si progettano centrali a carbone, in Europa è saltato il tavolo di confronto con i costruttori di auto: almeno per ora, l'UE non obbligherà le case automobilistiche a tagliare le emissioni dei gas di scarico delle proprie vetture (la lobby dei produttori europei teme di perdere competitività con vincoli troppo stringenti, ndr). Protestano gli ambientalisti, secondo cui senza un forte intervento legislativo, l'UE non rispetterà gli impegni di Kyoto.

Se l'Europa tagliasse del 10% le proprie emissioni di CO2 entro il 2020, i benefici per la salute sarebbero fuor di dubbio ma anche per il portafoglio (tra gli 8 e i 27 miliardi di euro di risparmio). Bisogna, e non è una opzione ma un imperativo, che i Paesi sviluppati riducano le proprie emissioni nocive del 30% entro il 2020. Entro tale data anche i Paesi in via di sviluppo dovrebbero cominciare a ridurre le proprie emissioni. In ogni caso, all'Unione Europea è imputabile soltanto il 14% delle emissioni mondiali di gas dannosi. È chiaro che il solo impegno europeo non basterà a tenere sotto controllo il cambiamento climatico, ma sarà da esempio al resto del mondo e darà nuovo impulso ai negoziati internazionali per le nuove azioni contro il cambiamento climatico a partire dal 2012, quando scadrà il protocollo di Kyoto.

L'EPER, il Registro Europeo delle Emissioni Inquinanti, è il primo registro a livello europeo sulle emissioni industriali nell'atmosfera e nelle acque. Istituito dalla Decisione della Commissione del 17 luglio 2000, basata sull'Articolo 15, paragrafo 3, della direttiva 96/61/CE del Consiglio sulla Prevenzione e la Riduzione Integrate dell'inquinamento. Fornisce informazioni sulle emissioni annue di circa 9200 complessi industriali situati nei 15 Stati membri dell'UE, nonché in Norvegia ed Ungheria, riferite in prevalenza al 2001, e di circa 12000 complessi industriali situati nei 25 Stati membri e in Norvegia riferite al 2004.

Consente di raggruppare facilmente le informazioni per inquinante, attività (settore), emissioni nell'atmosfera e nelle acque (dirette o attraverso un sistema fognario) o paese.

Data articolo: febbraio 2007

Istituzioni scientifiche citate nell'articolo:

European Pollutant Emission Register

Intergovernmental Panel on Climate Change

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E-mail: Alessio Mannucci




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