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di: Alessio Mannucci

In Italia, un decesso su cinque è dovuto a cause ambientali, in primo luogo lo smog. Sono fra i 6,4 e gli 8,6 milioni, gli italiani che vivono in zone inquinate, ad alto rischio per la salute. Considerando però solo i comuni inclusi di cui sono noti e riconosciuti i pericoli sanitari. Il numero crescerebbe in modo considerevole se si tenesse conto di tutte le aree a rischio: 58 siti con elevata contaminazione d'amianto, 1.550 siti minerari e 1.120 stabilimenti a rischio di incidente rilevante. Se poi si aggiungono gli effetti del traffico in città (le polveri sottili uccidono 8.220 italiani l'anno, secondo le stime dell'Organizzazione Mondiale della Sanità), quello che emerge dalla “Relazione sullo stato delle conoscenze in tema di ambiente e salute nelle aree ad alto rischio in Italia”, a cura del CNR e della VIII Commissione permanente ambiente, territorio e lavori pubblici della Camera, presentato a Roma in concidenza della Giornata Mondiale dell'Ambiente, è un quadro catastrofico.

Roberto Bertollini, direttore del programma “Salute e Ambiente” dell'OMS, dice: “In Italia, il 20% della mortalità è riconducibile a cause ambientali prevenibili. Le aree della Pianura Padana, insieme ad alcune zone di Olanda e Belgio, sono tra le più inquinate al mondo, in particolare dalle polveri sottili”. I dati riferiti alle maggiori città indicano che oltre il 60% degli ossidi di azoto e oltre il 90% del monossido di carbonio sono dovuti alle emissioni da traffico. Le automobili sono responsabili anche del 75% delle emissioni di benzene su scala nazionale, di cui oltre il 65% originate in aree urbane. Milano e Torino, ha spiegato Bertollini (oltre ad alcune zone del Sud della Polonia) sono tra i centri in Europa caratterizzati dai più alti valori di concentrazione di PM 2.5, ossia il particolato fine, quello che entra subito in circolo nel sangue: “Secondo le linee guida dell'OMS, il PM 2.5 dovrebbe attestarsi sui 10 milligrammi per metro cubo, mentre a Milano e Torino tocca regolarmente i 35-40 milligrammi”. Per il CNR, lo smog uccide in media 8.220 persone l'anno nelle 13 maggiori città italiane, il che equivale al 9% della mortalità per gli over 30, incidenti stradali a parte.

Duilio Castelli, presidente dell'A.E.A. (Associazione Esposti Amianto), ha 75 anni. Ha lavorato in Fincantieri fino all’89, ma già dal ’71 gli avevano diagnosticato l'asbestosi, una malattia respiratoria cronica legata alle proprietà delle fibre di asbesto di provocare una cicatrizzazione (fibrosi) del tessuto polmonare. Non è mortale, però causa gravi danni ai tessuti dei polmoni. A Monfalcone, quando si chiede dell'amianto, ti rispondono che la “polvere” ha fatto almeno 600 morti accertati. E chissà quanti altri, quando ancora questo isolante veniva considerato un materiale prezioso (per chi stava sulle navi era quasi considerato una benedizione). Lavorare nei “cantieri della morte”, come i socialisti dei primi anni del secolo definivano questo luogo, per molti qui ha rappresentato l’unica forma di sopravvivenza economica possibile. Anche per Duilio è stato così. Nessuno, all’epoca, sapeva di correre un pericolo. L'amianto per loro era solo un buon isolatore, un magnifico materiale insonorizzante.

È bastata una esposizione di trenta giorni, per le donne lavare le tute sporche dei mariti, o solo portare via la “polvere” dai tavoli della mensa aziendale, per ammalarsi e poi morire. “Molte delle nostre donne - racconta Duilio - sono morte perché baciavano i nostri capelli”. L'amianto è un killer lento, si muove piano nel corpo e nell'aria. Una fibra di amianto ci mette 24 ore per scendere di un metro dall'alto, da dove la sparano le ciminiere. E anche quando ti è entrato dentro, nelle fibre della pleura, impiega anche trent'anni prima di risvegliarsi improvvisamente. Poi ti uccide in meno di un mese, annegandoti nel liquido dei tuoi stessi polmoni che cresce a dismisura (non c'è catetere al mondo che lo possa drenare via). Lo sanno tutti che va così, a Monfalcone. Non c'è famiglia che non conti almeno un morto per colpa dell'amianto.

“Già nel 71 cominciavo a sentire l'affanno - racconta ancora Castelli - lavoravo col cannellino con fiamma, tagliavo i pannelli isolanti per la coimbentazione della navi, poi mi occupavo degli isolanti per le caldaie delle cucine a bordo, un lavoro infernale a temperature infernali. La polvere di amianto che c'era negli ambienti a volte non ti permetteva neanche di farti vedere a pochi centimetri. Poi è cominciata la spossatezza, non riuscivo a fare una rampa di scale, a tenere in mano la fiamma ossidrica. È stato il mio medico a mettere in relazione la mia malattia con l'amianto, erano gli anni '70. Poi ci sono stati altri studi, ma si parlava ancora poco della pericolosità dell'amianto. Ma intanto notavamo che molti nostri colleghi si assentavano dal lavoro per malattia. Nel mio reparto eravamo in 125, moltissimi i coetanei, i sopravvissuti sono solo 4. Dopo i primi disturbi mi hanno cambiato reparto: sono stato assegnato alla mansione di Guardiafuochi, spegnere i principi di incendio se piccolo i avvisare i vigili del fuoco per quelli più grandi, ma anche lì ero a contatto con l'amianto, con le tute ignifughe contro gli incendi e altri materiali…e poi quella polvere sottilissima era ormai in circolo dappertutto. Poi sono arrivati gli studi del professor Bianchi e abbiamo cominciato a capire, ma la gente aveva il timore di denunciare. Mentre si veniva a sapere che tizio o caio se ne erano andati all'altro mondo dopo sofferenze atroci con tumori diagnosticati pochi mesi prima. Poi, nel 1994, su input di un medico, fondo l'associazione, piccola, troppo giovane, molti sono arrivati col passaparola e molti altri me li sono andanti a capare da soli, i malati o i parenti delle vittime’.

Oggi, secondo Diego Dotto - figlio di un operaio che lavorava in appalto per Fincantieri e morto nel 1997 per tumore ai polmoni - gli iscritti sono 160 circa. L'A.E.A. con la propria azione di volontariato, porta avanti la battaglia di coloro che chiedono un riconoscimento anche in sede giudiziaria per le vittime dell'amianto. L'amianto è fuorilegge, adesso si usano lana di vetro e lana di roccia, che sono cancerogeni lo stesso, ma finché la medicina ufficiale non lo dimostrerà, le aziende potranno continuare a farli usare ad una manodopera sempre più fatta di immigrati, del tutto ignara del proprio destino. A Monfalcone, oggi ci lavorano i bengalesi. Sono per lo più lavoratori in affitto, vittime del meccanismo dei sub-appalti che nella grande fabbrica ha caratteristiche feudali.

Ma l'amianto c'è ancora nell'aria, lo sanno tutti. Scende piano. Da qui al 2025, ne moriranno ancora a grappoli. Da quando è stato messo al bando con la legge del ’92, e si è smesso di usarlo, è stato calcolato un periodo di tempo entro il quale anche l'ultimo esposto avrà chiuso gli occhi ucciso dal mesotelioma, il cancro al polmone provocato dalle fibre di amianto, che buca la pleura come un groviera fino a bloccare la respirazione. Dopo quell'anno, che sarà il picco più alto, si dice, le morti cominceranno a scendere. Ma non è detto che finiscano lì.

I presunti colpevoli, i dirigenti della Fincantieri di quarant'anni fa, oggi hanno tutti quasi ottant'anni: Giorgio Tupini, Manlio Lippi e Vittorio Veneto Fanfani, fratello di Amintore, rinviati a giudizio per il reato di omicidio colposo. Ma non si è mosso nulla. Diverso il discorso per le cause di risarcimento. Nel 2004, l'attivismo di alcune associazioni, a partire da quella fondata da Duilio Castelli, aveva fatto muovere la procura di Gorizia. Si pensava che gli oltre 600 fascicoli affastellati sulla scrivania del procuratore generale, Carmine Laudisio, potessero essere la base per un maxi processo contro la Fincantieri. Invece, anche Gorizia, come tanti altri tribunali italiani, si è rivelata un porto delle nebbie. I 600 fascicoli ci sono ancora, a prender polvere sulla scrivania di Laudisio. Solo 4 cause hanno visto la luce, ma i tempi dei processi poteranno alla prescrizione.

E intanto si continua a morire. Recentemente, sono stai celebrati ben 4 funerali di ex operai Fincantieri (alcuni di loro, come Mirko Yelen, di 51 anni, poi altri di 60 e 71 anni). Tutti con malattie riconducili al lavoro svolto in fabbrica. Anche gli impiegati del settore contabilità o amministrazione hanno respirato l'amianto e sono morti, pensando magari che solo gli operai a diretto contatto col micidiale materiale fossero a rischio. La legge del ’92 ha solo consentito ai molti esposti all'amianto di godere di un prepensionamento di un numero di anni corrispondenti a quelli a cui si è stati a contatto con il materiale. Per tutti gli operai caduti “per il lavoro” non c'è stato nessun risarcimento fino ad oggi.

Data articolo: giugno 2007
Fonti: "Monfalcone di Amianto si muore ancora", Giovanna Pavani, http://www.altrenotizie.org

Link correlato all'articolo:

Associazione Esposti Amianto

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E-mail: Alessio Mannucci




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