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redazione ECplanet

La Fao ha compiuto 60 anni ma, nonostante l’impegno che l’associazione ha profuso in più di mezzo secolo, non è stato raggiunto quello che, al momento della fondazione dell’organizzazione, era l’obiettivo principale: sconfiggere la fame nel mondo. Nell’ultimo censimento, risalente al 2002, si è stimato che sono circa 852 milioni le persone malnutrite nel mondo. Nel 2000 anche l’Onu aveva preso l’impegno del “3 for 5”, cioè di raggiungere, vaccinare e nutrire entro il quinquennio 2000-2005 tre milioni di persone. Anche questo obiettivo non è stato raggiunto.

Eppure, la razione media per ogni abitante del pianeta è aumentata, a partire dalla fine della seconda guerra mondiale, del 23%. I conti non tornano. Per forza: la distribuzione delle risorse alimentari è profondamente iniqua, secondo dettami tutt'altro che umanitari. E così succede che mentre nei paesi industrializzati la gente soffre per il troppo "benessere" (depressione, nevrosi, nuove malattie), nei paesi sottosviluppati si muore di fame e di vecchie malattie.

In sintesi: i tre quarti della ricchezza mondiale sono concentrat su un terzo della popolazione. Il che significa, secondo il paradigma mondialista: "arraffiamo più che possiamo, alla faccia del terzo mondo". E pensare che con solo 50 centesimi a testa al giorno si potrebbero curare milioni di bambini. "Macchè bambini", rispondono i mondialisti, "quelli sono sporchi negri".

Lo ha detto anche Ciampi: «Dobbiamo ribellarci alla strage silenziosa provocata dalla fame».

Chiacchiere e distintivo.

Eppure Ciampi dovrebbe sapere che proprio il nostro paese si è distinto per i gravi ritardi nel realizzare l'Obiettivo n. 8 della "Dichiarazione del Millennio", che prevede la costruzione di un partenariato globale tra Nord e Sud per la lotta alla povertà. Lo denunciò qualche tempo fa il "Rapporto Ombra" frutto del lavoro congiunto dei Volontari nel Mondo-Focsiv e altre 23 sigle della CIDSE, la rete di organismi europei di cooperazione internazionale di ispirazione cristiana. Degli otto Obiettivi del Millennio, sottoscritti nel 2000 da tutti i capi di Stato del mondo, i primi sette indicano traguardi concreti che i paesi in via di sviluppo dicono di voler raggiungere entro il 2015 in campi come la lotta all'Aids, la malnutrizione, l'accesso alla scuola e all'acqua, blah blah blah.

Ma molto resta ancora da fare, soprattutto per l'Italia, maglia nera dei donatori, che nel 2004 ha destinato un misero 0,15% del proprio PIL alla cooperazione internazionale. Dai dati 'OCSE, inoltre, è risultato anche che il 92% degli aiuti italiani è "interessato", ovvero vincolato all'acquisto di forniture o servizi italiani, nonostante una normativa internazionale in vigore da anni, sottoscritta anche dal nostro paese, per mettere fine a queste pratiche poco efficienti (considerato chi siede a capo del governo non c'è da meravigliarsi, ndr). In più, l'Italia, che si era impegnata a destinare ai servizi sociali (educazione, sanità, acqua) il 20% dei suoi aiuti, è ferma al 5,5%. In compenso, al pari degli altri paesi europei, continua a stanziare per le spese militari una somma quattro volte più alta di quella per gli aiuti, spingendo con forza in favore del commercio delle armi.

Questo il Presidente della Repubblica si è dimenticato di dirlo.




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