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Scontro di civiltà
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redazione ECplanet

«Una Guerra fredda contro l'Islam aiuterebbe a rafforzare enormemente l'identità europea in un'epoca cruciale del processo di costruzione dell'Unione europea. Potrebbe benissimo esistere in Occidente una vasta comunità disposta non solo a promuovere una Guerra fredda con l'Islam, ma ad adottare strategie politiche volte ad incoraggiarla» Questa tesi, dell'esperto britannico Barry Buzan, è riportata nel libro “Lo Scontro delle Civiltà e il Nuovo Ordine Mondiale” di Samuel Phillips Huntington (ed. Garzanti, 1996). Huntington, fondatore della rivista “Foreign Policy”, professo re alla Harvard University, è un membro del Council on Foreign Relations (CFR), creatura di Rockefeller (una sorta di governo ombra statunitense).

La tesi portante del libro è che, per le civiltà, la via del dialogo sia interrotta, e che lo scontro sia il solo modo di venire a contatto. Concepito come pamphlet contro il rivale Francis Fukuyama, un intellettuale del dipartimento di stato che sosteneva la tesi della “fine della storia”, “Lo Scontro delle Civiltà” esalta i valori dell'Occidente come «l'individualismo, il liberalismo, la Costituzione, i diritti umani, l'uguaglianza, la libertà, il regno della legge, la democrazia, il libero mercato», e condanna le civiltà rivali, in particolare le due più pericolose: islam e confucianesimo che, se unite, minaccerebbero il cuore della civiltà. L'autore concludeva: «Il mondo non è uno. Le civiltà uniscono e dividono l'umanità... Il sangue e la fede: ecco in cosa si identifica la gente, la ragione per cui combatte e muore».

Una analisi semplicistica e «politicamente corretta» che ometteva di considerare come, dopo la Seconda Guerra Mondiale, gli Stati Uniti abbiano spesso reclutato i loro alleati tra i fondamentalisti religiosi: i Fratelli musulmani contro Nasser in Egitto; il Sarekat-i-islam contro Sukarno in Indonesia; lo Jamaati-islam contro Bhutto in Pakistan; e, più tardi, in Afganistan, Osama bin Laden e altri contro il comunista laico, Mohamed Najibullah che, scovato nel 1996 dai mudjaheddin nel suo rifugio (gli uffici delle Nazioni unite a Kabul) fu ucciso e poi appeso con pene e testicoli conficcati in bocca (senza che un solo dirigente occidentale avesse a manifestare la propria disapprovazione). E poi ancora, l'ala mafiosa del partito Baath in Iran contro i comunisti e i sindacati degli operai del petrolio (se ne incaricò Saddam Hussein che ottenne, come ricompensa, armi e accordi commerciali). Sempre in Iran, l'Occidente appoggiò lo scià, secondo della dinastia, che si comportò da despota, calpestando i diritti del suo popolo e annientando, con torture e esilio, il partito Tudeh (comunista).

In Medioriente, l'Occidente ha fondato la sua strategia su due pilastri: Arabia saudita e Israele. L'Arabia saudita è cambiata completamente con la scoperta del petrolio e la creazione, negli anni '30, del gigante petrolifero americano Aramco, il quale aveva bisogno di uno stato locale per difendere i suoi interessi. All'epoca, gli al Saud erano usciti vittoriosi dalla spietata guerra civile che aveva contrapposto le tribù dell'Hedjaz. Trionfò così una tendenza particolarmente aggressiva e ultra-puritana dell'Islam: il wahhabismo, dal nome di Mohamed Abdel Wahhab. Wahhab, che predicava le virtù di una jihad permanente contro i modernizzatori islamici e gli infedeli, s'impose alleandosi, nel 1744, con Mohamed Ibn Saud, a sua volta interessato a sfruttare questa fervente fede per facilitare le sue conquiste militari. Il wahhabismo, dal 1932 religione di stato in un'Arabia saudita di cui domina la struttura sociale, si è diffuso a suon di petrodollari finanziando il fondamentalismo in tutto il mondo musulmano, comprese le scuole religiose del Pakistan.

Secondo pilastro: Israele, l'alleato regionale più affidabile degli Stati uniti. Un tempo, musulmani ed ebrei intrattenevano relazioni relativamente armoniose nella regione. Nella Spagna musulmana, gli ebrei erano stati addirittura protetti dai dirigenti musulmani. Saladino fece la stessa cosa nel Medioriente arabo, riprendendo Gerusalemme ai crociati e riportando musulmani ed ebrei nella città. Quando i cattolici riconquistarono la Spagna, gli ebrei si videro offrire ospitalità in seno all'Impero ottomano.

La Nabka (catastrofe) del 1948, apogeo degli scontri tra palestinesi e immigranti ebrei tra le due guerre, ha segnato la prima vera rottura tra ebrei e arabi. Condizionati da un senso di colpa latente nei confronti dei palestinesi scacciati, i dirigenti israeliani sono diventati più bellicosi e arroganti: hanno svolto con entusiasmo il loro ruolo nel 1956 (guerra di Suez) così come nel 1967 (guerra dei Sei Giorni) e nel 1982 (guerra del Libano) e continuano a farlo. Preoccupato di destabilizzare il suo principale braccio militare nella regione, l'Occidente si è rivelato completamente incapace di garantire la creazione di uno stato palestinese realmente indipendente. Questo insuccesso alimenta lo scontento del mondo arabo-musulmano, in particolare in Egitto e in Arabia saudita.

Fonti: http://www.movisol.org 7/02/2006; http://www.disinformazione.it 9/02/2006; LE MONDE diplomatique Ottobre 2001

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