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Nano-inquinamento 3
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di: Alessio Mannucci

Recentemente, le Regioni Piemonte, Veneto, Emilia-Romagna, Lombardia, e province di Trento e Bolzano, hanno deciso di utilizzare filtri anti-particolato (FAP), in base all'assunto che abbattano la quantità di micropolveri inquinanti (il particolato, o particolato sospeso, o pulviscolo atmosferico, o polveri sottili, o polveri totali sospese, indica quell'insieme delle sostanze sospese in aria - dalle fibre alle particelle carboniose, dai metalli al silice, agli inquinanti liquidi e solidi - che si raccolgono soprattutto negli strati inferiori, in quantità e qualità variabile da luogo a luogo. Sono le sostanze inquinanti che hanno il maggiore impatto nelle aree urbane, le cui particelle hanno un diametro che va da pochi nanometri fino ai 500 micrometri e oltre, ndr).

È vero che i FAP degradano le PM10 (materiale inquinante presente nell'atmosfera in forma di particelle microscopiche del diametro è uguale o inferiore a 10 micrometri, ovvero 10 millesimi di millimetro, costituito da polvere, fumo, microgocce di sostanze liquide, prodotto dall'erosione del suolo, dagli incendi boschivi, dalle eruzioni vulcaniche, dalla dispersione di pollini, dal sale marino, e da attività umane come i processi di combustione - tra cui quelli che avvengono nei motori a scoppio, negli impianti di riscaldamento, in molte attività industriali e nelle centrali termoelettriche - l'usura di pneumatici, freni ed asfalto, la trasformazione in particelle liquide di alcuni gas composti dell'azoto e dello zolfo, ndr), ma si dà il caso che le PM10 degradate vengano combuste e diventano PM2,5 o PM1, ovvero “nanopolveri”, una sottocategoria ultrafine del particolato con un diametro compreso fra 2 e 200 nanometri, che sono ancora più pericolose, ma non sottoposte ad alcun controllo.

Sull'impatto delle nanopolveri, in particolare quelle relative all'uranio impoverito, esiste una ricerca del dott. Stefano Montanari. In più, un recente studio dell'Associazione Cardiologi ha evidenziato la loro diretta responsabilità nella crescita di morti per infarto. La nocività delle nanopolveri dipende dalle loro dimensioni e dalla loro capacità di raggiungere le diverse parti dell'apparato respiratorio: oltre i 7 micron (cavità orale e nasale), fino a 7 micron (laringe), fino a 4,7 micron ( trachea e bronchi primari), fino a 3,3 micron (bronchi secondari), fino a 2,1 micron (bronchi terminali), fino a 1,1 micron (alveoli polmonari). La massa di una particella da 10 micron corrisponde a quella di 64 particelle da 2,5 micron, oppure di 1.000 da un micron, oppure, ancora, a quella di 1.000.000 di particelle da 0,1 micron. Più le particelle diventano fini, più facilmente superano le difese del nostro corpo.

I filtri FAP sono stati inventati dalla Peugeot per essere applicati sui terminali di scarico dei Diesel. Con questi filtri, in molti comuni si può circolare anche durante i blocchi delle auto, come un autoveicolo elettrico a GPL o a metano. I filtri FAP in pratica bruciano, a circa 500/600°C, i PM10, dividendone le varie particelle in migliaia di nanoparticelle che superano il filtro e finiscono nell'aria. Il problema è che queste nanoparticelle sono molto più nocive dei PM10, poiché possono entrare dentro le singole cellule del nostro organismo, ma non sono rilevabili dalle centraline di rivelazione poste nelle città perché sono troppo piccole. Per rilevarle sono necessarie strumentazioni più complesse e più costose.

Risultato: durante i blocchi, diminuiscono le polveri ma aumentano le nanopolveri. Il fatto che una tecnologia sia a norma di legge è un requisito necessario, ma non sufficiente. Dovrebbe valere, sempre, il principio di precauzione, ma, sempre, viene ignorato. Il 22 marzo scorso, la rivista neurologica americana Stroke ha pubblicato uno studio che dimostra come le nanopolveri emesse dagli inceneritori di ultima generazione possono provocare un ictus cerebrale. Gianluca Garetti, medico a Peretola, firmatario insieme ad altri cento medici di famiglia della Piana Fiorentina di un appello contro le politiche eco-criminali delle amministrazioni, ha dichiarato: “Già in precedenza numerosi studi avevano dimostrato una relazione causale tra apoplessia cerebrale e materiale particolato, tuttavia, le nanopolveri non erano mai state prese in considerazione. Oggi, i ricercatori del National Public Health Institute di Kuopio - Finlandia - hanno dimostrato, prendendo in esame 3.265 casi di ictus, che anche le nanopolveri possono provocare questa grave patologia cerebrale. I rischi per la popolazione sono alti, basti pensare, come è stato dimostrato sulla rivista Environmental Medicine del settembre 2006, che un'emorragia cerebrale può insorgere appena dopo due ore dall'esposizione a materiale particolato”.

(“Associations of Fine and Ultrafine Particulate Air Pollution With Stroke Mortality in an Area of Low Air Pollution Levels”, Jaana Kettunen, MSc; Timo Lanki, MSc; Pekka Tiittanen, MSc; Pasi P. Aalto, PhD; Tarja Koskentalo, MSc; Markku Kulmala, PhD; Veikko Salomaa, PhD Juha Pekkanen. From: Environmental Epidemiology Unit (J.K., T.L., P.T., J.P.), National Public Health Institute (KTL), Kuopio, Finland; Department of Physical Science (P.P.A., M.K.), University of Helsinki, Finland; Helsinki Metropolitan Area Council (T.K.) (YTV), Helsinki, Finland; Department of Epidemiology and Health Promotion (V.S.), National Public Health Institute (KTL), Helsinki, Finland; and the School of Public Health and Clinical Nutrition (J.P.), University of Kuopio, Finland).

Il 6 marzo scorso, si è svolto il seminario “Nanopolveri e Nanopatologie. Evidenze Scientifiche e Conseguenze Politiche”, organizzato da Legambiente Toscana. «In Toscana - ha detto Roberto Gori, direttore tecnico dell'ARPAT - ci sono 72 stazioni chimiche di monitoraggio (50 per le polveri) che producono 3 milioni di dati. Ma non esiste ancora una definizione precisa per le polveri ultrafini (quelle sotto 0,1 micron) ma quello che più conta è che non c’è un sistema codificato di prelievo e di misura e ci si muove ancora nel campo sperimentale. Le PM10, che sono quelle che conosciamo meglio, derivano principalmente dalle combustioni per ottenere energia, quindi per il riscaldamento domestico e per i processi industriali. Influiscono molto anche i trasporti stradali e gli altri tipi di trasporti. Vi sono differenze ovvie tra città e città a seconda di quali attività sono più sviluppate, ma incidono anche le condizioni climatiche».

Il direttore tecnico di ARPAT ha poi riportato i (pochi) dati sperimentali disponibili sulle sorgenti di PM0,1, citando studi inglesi ed americani: «Da uno studio del 2000, risultav che, mentre per il PM10 i trasporti stradali incidono per il 25%, per il PM0,1 la percentuale sale al 60%. Risultati simili sono stati riportati da studi effettuati in California. La combustione dei rifiuti incide invece per l'1-2%. Noi come ARPAT sappiamo di non poter dare certezze assolute - ha concluso Gori - ma almeno certezze metodologiche per operare nell’analisi dei rischi».

Gli aspetti epidemiologici e sanitari della materia sono stati trattati da Eva Buiatti (Agenzia Regionale Sanità): «Le nanopolveri sono prodotte anche dall'utilizzo di nanotecnologie in campo farmaceutico e cosmetico, con relativa introduzione di principi attivi nel corpo umano che possono provocare molto seri sia ai lavoratori che ai consumatori. In Italia non c'è dibattito su questo argomento perché è poco presente questo tipo di industria. Si parla più che altro di nanopolveri, e relative nanopatologie, derivanti da altre attività». La Buiatti ha spiegato come i dati epidemiologici a disposizione siano ancora troppo pochi, e spesso contrastanti tra loro. Studi sperimentali sulla relazione tra la dimensione delle particelle, alcune patologie acute e la penetrazione delle nanopolveri nell'organismo umano, hanno mostrato che «le nanopolveri possono arrivare fino all'alveolo polmonare per poi passare nel sangue e nelle cellule. Ma anche le polveri di maggiori dimensioni possono essere metabolizzate dall’organismo ed entrare nella membrana cellulare. È importante conoscere la composizione chimica di queste polveri per capire gli effetti sull'organismo».

L'epidemiologa ha poi ribadito come per le polveri PM10 e PM2,5 sia disponibile una letteratura immensa, anche in relazione agli effetti sulla salute umana per patologie croniche (tumori) e per quelle con esposizione a periodi più brevi (broncopolmonari, cardiocircolatorie). E si è poi soffermata sulla questione inceneritori: «Per le patologie oncologiche, ci sono studi (qualcuno fatto anche su San Donnino) su inceneritori attivi nei primi anni ’80. Quindi si tratta di vecchi impianti. Per i nuovi impianti bisognerà aspettare ancora qualche anno. Per quanto riguarda gli effetti di breve periodo di alcuni inquinanti come le diossine, che avevano destato fondate preoccupazioni nei decenni passati, oggi i rischi sono molto più bassi [...] Per quanto riguarda la Toscana, e anche Firenze, ci sono vari studi che mettono in relazione la qualità dell'aria ad alcune patologie respiratorie e cardiocircolatorie. È necessario abbassare l'esposizione alle polveri intervenendo in modo più incisivo sulle fonti».

Ad esempio, per quanto riguarda il territorio dove sorgerà il nuovo impianto di Case Passerini, sono state già rilevate alcune patologie presenti correlabili alla qualità dell'aria, e vi è la conferma, almeno per alcune strade, di una maggior incidenza. Del resto, in quell'area le pressioni ambientali sono molto alte. L'aggiunta dell'impianto farebbe aumentare di molto il rischio, per cui si deve intervenire con meccanismi di compensazione. È poi quantomai urgente, ha concluso la Buiatti, dare priorità alla ricerca sulle nanopolveri: «dobbiamo capire il dimensionamento dell'esposizione, misurare il numero (più che il peso) delle particelle in rapporto alla dose interna e approfondire la composizione chimica delle molecole».

Durante un convegno svoltosi a Bolzano la scorsa settimana, sono stati resi noti i risultati delle analisi eseguite per stabilire con esattezza l'entità delle emissioni prodotte dai camini dell'inceneritore cittadino: per la prima volta, almeno in Italia, sono state eseguite misurazioni delle nanopolveri (inferiori a 1 micron). Per effettuare tali misurazioni, l'ufficio gestione rifiuti della Provincia autonoma di Bolzano, diretto da Giulio Andreucci, ha noleggiato gli strumenti in Germania dalla ditta Grimm. Le misure eseguite sulle emissioni vere e proprie hanno evidenziato tra le 5mila e le 7mila nanoparticelle per centimetro quadrato. Quelle effettuate nel punto stimato di massima ricaduta delle emissioni dell'inceneritore hanno dato valori tra 5mila e 10mila nanoparticelle. In area ambiente, cioè in una zona non antropizzata, i valori sono stati sempre intorno alle 5mila unità per centimetro quadrato.

È bene ricordare che le nanopolveri vengono prodotte anche naturalmente, per esempio attraverso la fotosintesi, e per questo a volte sono stati misurati valori altissimi addirittura in mezzo agli oceani. Infine, le misurazioni eseguite in prossimità dell'autostrada hanno registrato una presenza tra le 10mila e le 20mila particelle per centimetro. Un'ora di inceneritore produce una quantità di nanopolveri pari a quella prodotta in un'ora da un'auto diesel senza filtro antiparticolato che viaggia in autostrada.

Stefano Montanari, Direttore del Laboratorio Nanodiagnostics Srl, ha riassunto in un articolo ciò che si è detto al convegno:

“Confesso di aver faticato non poco ad arrivare in fondo alla lettura e di non aver compreso appieno che cosa si sia voluto veramente trasmettere. E confesso pure che, quando ho visto il nome di Legambiente come organizzatore di un convegno che di ambiente tratta, mi si sono rizzati i peli sulla schiena. Legambiente, riporto a mero titolo d'informazione, è, tra l'altro, socia di Hera S.p.A., la multiutility che lucra facendoci respirare e mangiare i rifiuti cotti e che ha appena ottenuto un raddoppio molto abbondante dell'inceneritore di Modena. Gente, dunque, che pare avere nei fatti tutto l'interesse a far sì che l'ambiente non sia rispettato. Ammesso che l'articolo riporti fedelmente ciò che è accaduto e dando per scontato che è del tutto impossibile che anche chi si occupa marginalmente dell’argomento delle nanopatologie (con buona pace dell'ignoto e ignaro redattore) sia così impreparato, temo che si sia voluto strumentalmente far passare l'ARPAT come organo scientifico mentre si tratta di un ente che ha funzione notarile e basta, e che si voluto ancora una volta abbindolare la gente fornendo informazioni distorte e incomplete”.

Data articolo: aprile 2007

Link correlati all'articolo:

fap

Nanodiagnostics

Kuopion yliopisto

Stroke - Sign In Page

Particolato - Wikipedia

greenreport - quotidiano ambientale

National Public Health Institute in Finland

Publications - Environmental Epidemiology Unit

L'incantesimo del filtro anti particolato (pdf)

Eco dalle Città - Notiziario per l'ambiente urbano

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E-mail: Alessio Mannucci




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