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di: Alessio Mannucci

“Oh, come avrei potuto essere felice tra voi edonisti, se non mi aveste fottuto la vita”. Il giovane Cho, che dalla tomba inneggia ai “martiri Eric e Dylan” (i due autori della strage al liceo di Columbine, ndr), si paragona a Gesù Cristo e accusa tutti di avergli “distrutto la vita”, è uno shock per l'America più intenso dei video di terroristi kamikaze. Perché Cho, pur essendo nato in Corea del Sud, è un “prodotto” americano, cresciuto in un tranquillo sobborgo alle porte di Washington.

L'autore della più grave strage nella storia delle scuole americane - 33 morti, compreso il killer - aveva preparato con cura il proprio testamento, usando computer e telecamera. Lunedì mattina, dopo aver ucciso due ragazzi in un dormitorio e prima di compiere il resto della strage, Cho, con freddezza ha completato il suo manifesto, si è recato all'ufficio postale del campus e lo ha spedito a New York al network NBC, che lo ha ricevuto mercoledì. Poi si è avviato verso l'edificio Norris Hall e ha dato il via alla carneficina. Studenti e professori caduti sotto i suoi proiettili, se lo sono trovato di fronte d' improvviso con lo stesso look che tutto il mondo ha potuto vedere attraverso le foto che Cho si è scattato: t-shirt nera, giubbotto kaki in stile militare, fondine per pistole e coltelli, cappellino nero con la visiera rivolta all'indietro, guanti neri senza dita.

“Uccido perchè odio i miei compagni, figli di papà”.

Chi guarda le foto, si trova di fronte la canna della Glock 19 o della Walther calibro 22, l'ultima immagine che hanno visto le sue vittime. “Ci siamo. Questa è la fine. Che razza di vita è stata”, mormora Cho in uno spezzone che potrebbe risalire alle ore subito precedenti la strage. Le immagini lo ritraggono nel suo dormitorio o all'interno di un'auto. Nelle 23 pagine di un file Pdf che rappresentano una sorta di testamento, il killer ha tentato una sorta di racconto, mostrandosi prima sorridente e poi nelle vesti da assassino venuto a punire chissà quali affronti. “Avete avuto cento miliardi di possibilità - afferma - per evitare quello che accade oggi. Ma avete deciso di versare il mio sangue. Mi avete messo in un angolo e mi avete lasciato solo un'opzione. La decisione è stata vostra, adesso avete sangue sulle mani che non verrà mai lavato”. Le accuse non sembrano avere un destinatario preciso, ma vengono lette da criminologi e psichiatri come manie di persecuzione e deliri di onnipotenza di una mente malata. Il passato di Cho potrebbe aiutare a fare un po' di luce.

Dopo le testimonianze dall'interno del Virginia Tech, che lo ritraggono come personaggio inquietante e solitario che non parlava con nessuno, sono spuntati i racconti degli ex compagni di scuola delle superiori, secondo i quali era la vittima prediletta di abusi e bullismo: veniva preso in giro per la sua timidezza e il modo strano in cui parlava, e una volta, mentre leggeva in inglese in classe, ci fu chi si mise a ridere gridando: “Torna in Cina !”. L'FBI e la polizia della Virginia, che hanno ricevuto dalla NBC il memoriale, non ritengono che aggiunga molto al profilo del killer che già avevano tracciato. Soprattutto, manca ancora un'idea precisa di cosa abbia innescato la violenza.

“Rampage”, ovvero, «atto spontaneo di violenza omicida», è il termine preferito dai network per definire il raptus improvviso che spinge di ragazzi armati nelle scuole a commettere delle stragi. È significativo che le occasionali carneficine scolastiche vengano considerate una sorta di psicopatologia sociale in cui i risentimenti trovano sfogo naturale in terribili massacri. Un fenomeno che ha una scadenza quasi regolare in America, specie negli ultimi dieci anni. Nel 1979, Brenda Spencer, sedicenne di San Diego che, improvvisatasi cecchina col fucile ricevuto come regalo di Natale dal padre, uccise il preside e il bidello della sua scuola e ferì nove compagni. La sua motivazione dichiarata - «I don't like mondays (non mi piacciono i lunedì)» - divenne il titolo dell'omonima canzone dei Boomtown Rats di Bob Geldof. Fu la capostipite di una macabra lista di “baby-killer”, da Barry Loutakis, che nel '96 fece tre vittime a colpi di pistola e carabina nella sua scuola media di Lake Moses, Washington, a Luke Woodham, che freddò due studenti e la propria madre l'anno dopo al liceo di Pearl in Mississippi, fino a Michael Carneal, che appena due mesi dopo fece tre vittime e cinque feriti nel suo liceo di Paducah, Kentucky, all'età di 14 anni. Qualche mese più tardi, nel 1998, vennero imitati da Mitchell Johnson e Andy Golden, rispettivamente 13 e 11 anni, che, vestiti in uniforme militare e con un arsenale da guerra, uccisero 5 compagni e ne ferirono 15 mentre uscivano dalla scuola media di Jonesboro in Arkansas. Lo stesso anno, il quindicenne Kipland Kinkel di Thurston, Oregon, uccise due compagni e i loro genitori. L'anno dopo, Dylan Klebold, 17 anni, ed Eric Harris, 18, compirono la strage nel liceo di Columbine, che fino a tre giorni fa era l'episodio più tragico del genere.

A ogni tragedia sono stati chiamati in causa squilibri psicologici, abusi emotivi e sessuali, bullismo, depressione. Imputati film, videogiochi, la musica “satanica” (il rap e l'heavy-metal), l'industria culturale giovanile in generale. Di certo, questi episodi, che tendono ad aumentare e a diventare sempre più sanguinari, chiamano in causa un livello endemico di violenza che diventa paradigma sociale. Ha provato a spiegarlo Michael Moore: «Come americani, la nostra consuetudine è di sparare prima e fare domande dopo. Mettiamo mano alla pistola come nessun'altra cultura. Lo consideriamo nostra prerogativa, il nostro destino manifesto». La cultura guerrafondaia americana d'altronde la conosciamo. Quella stessa cultura che, pochi minuti dopo la peggiore strage nella storia del paese, ha spinto il presidente Bush a sentirsi in dovere di tutelare, nonostante tutto, il sacrosanto diritto di portare armi da fuoco.

Quando, nel 1991, un simile massacro venne perpetrato da un folle all'interno di una tavola calda a Killeen in Texas, i texani si sollevarono indignati contro le norme sul porto d'armi che vietavano ai cittadini di portare le proprie pistole in locali pubblici. Se più avventori avessero avuto un'arma a portata di mano, ragionamento logico, sicuramente avrebbero potuto difendersi meglio. Quattro anni dopo la legge venne modificata secondo i loro desideri. Dopo Columbine, fu accertato che gli assassini avevano acquistato il proprio arsenale presso un «Gun Show», un «mercatino» di armi da fuoco, dove non sono in vigore i controlli federali e dove quindi è molto più facile per un criminale o un minorenne acquistare una pistola. Bill Clinton, in seguito al massacro, tentò di far passare una legge che estendesse anche a queste fiere della pistola, roccaforte della lobby delle armi, le restrizioni che impongono controlli sugli acquirenti, ma il congresso repubblicano respinse la proposta. Rimane valido il secondo emendamento alla Costituzione, introdotto nel 1789 per garantire ai cittadini il diritto di portare armi, «essendo una milizia ben regolata necessaria alla sicurezza di un libero stato». In America, la violenza è “costituzionale”, assurta a sacramento inviolabile della lobby delle armi e vangelo della destra fondamentalista, inviolabile tabù che racchiude il vero volto della nazione: quello di John Wayne che fà a pezzi gli indiani ciancicando uin chewing-gum, fumandosi una marlboro, sputando per terra e pronunciando qualche battuta da saloon.

“Non doveva finire cosi'. La decisione e' stata vostra. Avete le mani piene di sangue”.

I già lievi controlli sulla vendita delle armi da fuoco imposti dal “Brady bill” - legge intitolata a James Brady, il portavoce di Ronald Reagan rimasto gravemente ferito nell'attentato al presidente del 1981 - iun questi ultimi anni sono stati ulteriormente allentati. Uno di questi, prevedeva fino a qualche anno fa un limite di 10 proiettili per caricatore da 9mm. Ma la legge è stata prescritta, così oggi sono tornati in legale commercio quelli maggiorati da 19 proiettili l'uno, come quelli usati da Cho. Lo slogan della NRA, associazione che «tutela» i 200 milioni di fucili e pistole attualmente in circolazione in USA, diretta in passato da Charlton Heston, è che «non sono le pistole che uccidono la gente ma i malintenzionati». In parte hanno ragione, afferma ancora Michael Moore, che ricorda il tasso annuale di omicidi, che a New York 12 anni fa era di 2100. In seguito alle restrizioni sulle vendite di armi da fuoco il numero scese a 600. Un buon risultato, ma non la soluzione, perché in definitiva, «non sono le pistole che uccidono la gente ma gli americani», il popolo che al mondo detiene di gran lunga il triste primato di violenza «civile».

PSYCHO KILLER

Nella ridda di ipotesi, deduzioni e controdeduzioni, c'è chi ha chiamato in causa gli psicofarmaci. In effetti, Cho era finito in un centro psichiatrico nel 2005, dopo che aveva perseguitato con email e con attenzioni non richieste due compagne di studi. I suoi amici avevano riferito che la situazione lo aveva depresso e che temevano per la sua incolumità. Questo aveva fatto scattare l'invio del sudcoreano ad un centro di assistenza psichiatrica. Stando alle ultime notizie provenienti dagli investigatori che lavorano sul caso, Cho potrebbe avere assunto antidepressivi che, come documentato dall'agenzia statunitense del farmaco (FDA), possono causare comportamenti suicidi, manie, psicosi, allucinazioni, ostilità ed “idee omicide”. Non sarebbe certo la prima volta. Nel settembre del 2005, in seguito alla conferma che Jeff Weise, il giustiziere scolastico della Scuola della Riserva Indiana di Red Lake, agiva sotto l’influenza del Prozac, la Fondazione Nazionale delle Donne Legislatrici, assieme ad alcuni capi tribù Pellerossa, avevano richiesto al Congresso un’inchiesta parlamentare sulla correlazione tra uso di farmaci e i massacri nelle scuole. A tutt'oggi non c'è stata alcuna risposta a questa richiesta, nonostante la conferma che almeno 8 tra coloro che recentemente hanno compiuto tali massacri, agivano sotto l'influenza di psicofarmaci. Il Comitato dei Cittadini per i Diritti Umani, un gruppo di denuncia di abusi psichiatrici che per primo aveva scoperto il legame tra l'uso di psicofarmaci e la sparatoria alla Columbine, prevede che le industrie produttrici di psicofarmaci tenteranno ancora una volta di oscurare l'attitudine di questi farmaci ad indurre violenza per proteggere i loro profitti multimiliardari. Il CCDU richiede che il Congresso svolga un’inchiesta per fare piena luce sui legami tra questi insensati atti di violenza e l'uso di psicofarmaci, legame recentemente riconosciuto dalla stessa Agenzia Federale per i Farmaci (FDA).

L'uso di psicofarmaci è il denominatore comune di otto sparatorie scolastiche:

21 maggio 1998, Springfield, Oregon: il quindicenne Kip Kinkel uccide i suoi genitori e poi si reca a scuola dove fa fuoco su altri studenti che si trovavano nella caffetteria, uccidendone due e ferendone 22. Kinkel era sotto Prozac; 16 aprile 1999, Notus, Idaho: il quindicenne Shawn Cooper svuota due caricatori sparando all’impazzata e mancando per un pelo diversi compagni di scuola, era in cura con un mix di antidepressivi; 20 aprile 1999, Columbine, Colorado: il 18enne Eric Harris era in cura con il Luvox, un antidepressivo, quando lui ed il suo compagno Dylan Klebold ammazzarono 12 compagni di classe ed un insegnante, ferendone altri 23 prima di suicidarsi in quello che, fino ad ieri, era stato il più feroce massacro scolastico. Il medico legale confermò la presenza dell'antidepressivo nel sangue di Harris, mentre l'autopsia di Klebold non fu mai resa pubblica; 20 maggio 1999, Conyers, Georgia: il quindicenne T.J. Solomon era in cura con un mix di antidepressivi quando ha fatto fuoco sui suoi compagni di classe ferendone 6; 7 marzo 2000, Williamsport, Pennsylvnania: la quattordicenne Elizabeth Bush era sotto Prozac quando ha sparato a compagni di scuola a Williamsport, ferendone uno; 22 marzo 2001, El Cajon, California: il diciottenne Jason Hoffman si trovava sotto l'effetto di due antidepressivi – Effexor e Celexa – quando ha fatto fuoco nel suo liceo ferendo cinque persone; 10 aprile 2001, Wahluke, Washington: il sedicenne Cody Baadsgaar si reca a scuola con un fucile e tiene sotto sequestro 23 compagni di classe ed un insegnante dopo avere assunto un'alta dose di Effexor; 21 marzo 2005, Riserva Indiana di Red Lake, Minnesota: il sedicenne pellerossa Jeff Weise era sotto l'influenza del Prozac quando ha sparato a scuola ammazzando nove persone e ferendone cinque prima di suicidarsi; 28 settembre 2006, Bailey, Colorado: Duane Morrison, 53 anni, entra nel liceo di Platte Canyon e spara, uccidendo una ragazza e abusando sessualmente di altre sei. Nella sua auto sono stati trovati antidepressivi.

Luciano Gianazza, in un articolo su medicinenon, ricollegandosi alle ipotesi che già da vari anni alcuni psichiatri hanno avanzato sul possibile collegamento fra uso di psicofarmaci e tendenza al suicidio/omicidio, così commenta l'episodio: “... il ragionevole dubbio che gli psicofarmaci inducano all'omicidio e al suicidio potrebbe diventare certezza se delle ricerche in tal senso venissero fatte senza l'ostruzionismo delle case farmaceutiche. Oltre a questo, c'è l'omertà dei media che molto raramente riportano che gli autori delle stragi nelle scuole o delle cosiddette stragi famigliari, nella quasi totalità dei casi, erano psichiatrizzati e dediti al consumo di psicofarmaci. La ragione per cui i media non riportano che molto spesso gli individui che vengono colti da raptus omicidi o suicidi erano dediti al consumo di psicofarmaci è che le case farmaceutiche costituiscono una grossa fetta dei loro inserzionisti, che nell'arco dell'anno pagano milioni di euro per la pubblicità delle loro pastiglie per il mal di testa, antiacidi e lassativi”.

Il Comitato dei Cittadini per i Diritti Umani, da anni denuncia gli abusi nel campo della salute mentale: il trattamento farmacologico eccessivo, l'etichettamento, la diagnosi imperfetta, la mancanza di protocolli scientifici. Le testimonianze di numerose persone in cura psichiatrica da anni, ci dicono che troppo frequentemente non solo non hanno risolto i problemi originari per cui si erano rivolte al medico, ma che spesso ne sono state pesantemente danneggiate. Chiunque ritiene di aver subito danni causati da trattamenti psichiatrici può mettersi in contatto con il Comitato dei Cittadini per i Diritti Umani.

Jack Thompson, avvocato americano già conosciuto per la sua battaglia contro il videogioco Grand Theft Auto, e lo psicanalista Phil McGraw, hanno associato il gesto di Cho al mondo dei videogiochi, dove ti svegli, esci di casa e ammazzi. In particolare, è venuto fuori il videogame “Counter Strike” - già tirato in ballo per Sebastian B., 18 anni, autore in Germania di una stage molto simile a quella compiuta da Cho, compreso il delirante “tesdtamento” - che avrebbe influenzato negativamente il killer. A seguito di una perquisizione eseguita dalla polizia nella stanza di Cho Seung-Hui, pare però non sia stato ritrovato alcun videogioco. McGraw ha detto: “Se questi ragazzi giocano a videogame dove le uccisioni di massa sono una cosa normale, e ciò viene idealizzato anche sul grande schermo, alla fine diventa parte del tessuto sociale. Se prendi questo fattore e lo mischi a una personalità psicopatica, sociopatica, o a una qualche forma di disturbo mentale e ci aggiungi una bella dose di rabbia, la suggestione diventa troppo alta”. E se ci aggiungi anche una buona dose di psicofarmaci e un paio di pistole Glock 19 e Walther 22 liberamente acquistabili al mercatino...

In effetti, tra le 43 fotografie apparentemente fatte con l'autoscatto, in cui Cho si è ritratto in diverse pose, i periti psichiatrici hanno notato delle somiglianze con icone cinematografiche: in particolare, le “citazioni” si riferiscono a “Old Boy”, cruenta pellicola coreana che nel 2004 vinse il gran premio della giuria al Festival di Cannes, che tratta della vendetta di un uomo tenuto segregato per 15 anni, e al protagonista “disturbato” di “Taxi Driver” (Robert De Niro). “Gli assassini di massa di domani sono i bambini di oggi programmati con una massiccia overdose di violenza”, ha tuonato McGraw dal pulpito televisivo del Larry King Live sulla CNN. Craig Anderson, professore di psicologia alla Iowa State University, ha rincarato la dose, sostenendo che “gli atti di violenza estrema non accadono quasi mai senza di molteplici fattori di rischio”. Anderson è autore dello studio “Violent Video Game Effects on Children and Adolescents”, secondo il quale l'utilizzo di videogiochi e contenuti violenti aumenta il rischio di comportamenti aggressivi e antisociali. Doug Gentile, co-autore dello studio, sostiene inoltre che nessun ricercatore del campo pensa che la sola violenza di videogame e cinema possa spiegare tali esplosioni di follia e odio. “Se fossero stati proibiti (i videogame violenti, ndr) il rischio sarebbe diminuito ? Sì, lo sarebbe stato. Ma chi può dire se ciò sarebbe bastato a prevenire la strage ?”.

Dall'Inghilterra, invece, un sondaggio organizzato dal British Board of Film Classification, l'ente d'oltremanica che si occupa anche dei bollini che indicano la fascia di età consigliata sui videogiochi distribuiti nel Regno Unito, afferma che i videogame non causano dipendenza né incitano alla violenza. La ricerca si è svolta intervistando tutte le categorie coinvolte: giocatori di tutte le età, rappresentanti dell'industria e giornalisti specializzati hanno risposto a domande su come scegliere quale videogioco giocare; si è tenuto conto dell'opinione dei genitori, della violenza nei videogame e dell'impatto che questa avrebbe nei comportamenti dei giocatori. Dai risultati, sembrerebbe che i “consumatori” siano ben consci della differenza esistente tra finzione e realtà, mentre, tra i più giovani c'è chi ritiene addirittura spiacevole che in certi titoli a prevalere sia “il cattivo”. In molti poi pongono l'accento sui benefici derivanti dal gioco, come ad esempio alleviare lo stress quotidiano o allenare la coordinazione occhio-mano.

Dal sondaggio risulta inoltre che il metodo preferito per la scelta dei titoli è il passaparola, ma che una condanna da parte della stampa di un gioco violento o diseducativo incide moltissimo sull'appeal di quel titolo sui consumatori. Gli stessi genitori, sebbene preoccupati dalla natura di alcuni videogame, tendono a liquidarli come semplici giochi, concentrando le loro preoccupazioni sui rischi che si annidano nelle chat e sui siti di blogging per i più giovani. Un sondaggio del genere non può essere certo considerato una prova scientifica, ma è sintomatico di come la guerra dei mondi sia in pieno svolgimento. Per un responso serio sul rapporto tra videogiochi e violenza, bisognerà attendere che qualcuno si decida a valutarne l'impatto su delle menti “disturbate”, magari sotto effetto di psicofarmaci.

A seguito di alcune dichiarazioni del Ministro dell' Educazione britannico Alan Johnson, riguardo i siti di video-sharing, come YouTube, utilizzati dai più giovani e dagli studenti, che secondo Johnson “devono assumersi le proprie responsabilità”, in Italia, il Ministro della Pubblica Istruzione, Giuseppe Fioroni, ha proposto, ove necessario, il sequestro di player e telefonini in classe, per combattere il fenomeno del “cyber-bulllismo”, ovvero i video pubblicati dagli studenti che ritraggono episodi di bullismo. “Il bullismo cyber - afferma Johnson - è crudele e senza posa, e non colpisce solo gli insegnanti, ma anche gli alunni. Può seguire un bambino ben oltre i cancelli della scuola, fin dentro la propria casa”. Per questo, YouTube e analoghi devono “intraprendere azioni più ferme per bloccare o rimuovere video scolastici offensivi, proprio come hanno ben fatto per cancellare i contenuti pornografici”. Si tratta di servizi web che secondo il Ministro britannico hanno “una responsabilità sociale e un obbligo morale ad agire”. “Nessuna censura sia chiaro - gli ha fatto eco Fioroni - m