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redazione ECplanet

In un senso strettamente letterale, “res publica” sta ad indicare lo Stato, il governo, ed anche l'insieme dei beni che sono di proprietà di tutti i cittadini. In un senso più generale, si intende con res publica una società fondata sullo Stato di diritto ed i principi di cittadinanza, di libertà e di uguaglianza, mirante a promuovere la giustizia sociale, la fraternità e la pace.

Per tutto il XIX secolo e buona parte del XX, la res publica si giocò - in congiunzione con la questione della autodeterminazione dei popoli e del riconoscimento del cittadino - attorno alla soluzione dei rapporti tra capitale e lavoro. Da un lato, i detentori del capitale privato, proprietari della terra, delle materie prime e, soprattutto delle «macchine», che pretendevano di essere i proprietari dei frutti del lavoro umano, cioè della produttività. Pertanto rivendicavano di essere il soggetto principale delle decisioni in materia di produzione e di distribuzione della ricchezza disponibile e prodotta. Dall'altro i lavoratori, «braccianti» e/o «manodopera», possessori unicamente di forza lavoro (le braccia, le mani....), che rivendicavano anch'essi, legittimamente, di essere proprietari della ricchezza e quindi, soggetti partecipanti alle decisioni, grazie anche ad uno Stato che sarebbe dovuto essere garante dei diritti di tutti i cittadini ed operante nell'interesse generale. In realtà lo Stato fu più sovente dalla parte dei proprietari di capitale.

Dopo circa cento anni di lotte sociali, lo Stato del welfare europeo, specie nella versione scandinava e tedesca (molto meno in quella americana) ha rappresentato la vittoria del lavoro sul capitale, esplicitata, tra l'altro, dopo la seconda guerra mondiale, dalla politica dei redditi. Questa è stata fondata su una concertazione a tre - imprese, sindacati e Stato - sulla ripartizione degli incrementi di produttività. Cosi, la produttività era diventata una «res» comune, la collettività essendone proprietaria e responsabile. Nei rapporti di forza tra lavoro e capitale, lo Stato del welfare ha costituito la forma di società che il lavoro è riuscito ad imporre al capitale come limite alla pretesa del capitale privato di governare la società ed il divenire delle comunità umane. Tuttavia, il welfare non ha dato vita, in nessun luogo, ad un sistema non-capitalista, anti-capitalista, o post-capitalista.

Negli ultimi trent'anni, il capitale è pervenuto a far compiere alle nostre società un'inversione strutturale di tendenza riuscendo a smantellare lo Stato del welfare. Il capitale privato è diventato il soggetto unico proprietario della produttività. Il lavoro ha perso la sua forte soggettività economica, sociale e politica nei confronti del capitale. Ridotto alla categoria di «risorsa umana», il lavoro è nuovamente considerato una merce, un «prodotto», in balia di un mercato è sempre più deregolamentato e liberalizzato. Il lavoro, precario, flessibile, aleatorio, fa sempre meno parte del campo dei diritti.

Lo Stato, dal canto suo, non ha fatto altro in questi anni che ritirarsi dal campo dell'economia e dalle decisioni in materia di allocazione delle risorse produttive, lasciando al capitale privato, in nome dell'imperativo della competitività mondiale delle imprese «nazionali», il compito «politico» della regolamentazione finanziaria, tecnologica e commerciale della ricchezza. In questo nuovo secolo, la partita della res publica si gioca - in stretto legame alla questione del rafforzamento o, all'opposto, dell'indebolimento delle dinamiche imperiali mondiali americane e della militarizzazione del mondo - sulla soluzione dei rapporti tra capitale e vita.

Al momento, il capitale è vincente grazie principalmente a tre dinamiche operanti in tutto il mondo: la mercificazione di ogni forma di vita; la liberalizzazione di tutti i mercati; la privatizzazione del potere di proprietà sulla vita.

I processi di mercificazione della vita sono favoriti dalla tesi secondo la quale nulla ha valore senza scambio, senza relazioni di vendita/acquisto le quali fissano il prezzo dei beni e servizi scambiati. E così, nche la stragrande maggioranza dei beni e dei servizi comuni pubblici (l'acqua, la salute, l'educazione, l'alloggio, i trasporti, l'ambiente...) è stata ridotta a merce sulla base di due argomenti (molto discutibili), fatti diventare «leggi» dai gruppi dominanti. Il primo consiste nel sostenere che anche questi beni e servizi sarebbero l'oggetto di domande individuali (una persona utilizza X metri cubi d'acqua, «consuma» X quantità di medicine, utilizza X ore di trasporti pubblici...) e, quindi, sarebbero oggetto di rivalità fra venditori ed acquirenti e fonte di utilità individuali. Sarebbero quindi dei beni economici privati, di cui solo i meccanismi di mercato consentirebbero di ottimizzarne la produzione e l'uso. Il secondo argomento dice che l'accesso ai beni e servizi comuni implica necessariamente un costo economico che non può essere coperto che da un prezzo in funzione del consumo.

Nemmeno l'esercito sfugge alla mercificazione. Parecchie migliaia di militari delle forze occidentali in Iraq sono composti da soldati mercenari «venduti» agli Stati uniti ed al Regno unito da società private specializzate in attività di guerra. Lo stesso dicasi dei saperi. Ancora decenni or sono la Chiesa cattolica «vendeva» le indulgenze, oggi i nuovi dei del mercato vendono le conoscenze.

Una volta avvenuta la mercificazione, è particolarmente difficile frenare, o impedire, la deregolamentazione e la liberalizzazione dei mercati. Decine di istituzioni nazionali ed internazionali sono state create apposta, con forti poteri di intervento e di pressione, per promuovere quella che è considerata «la missione civilizzatrice della libertà dei mercati» e della costruzione del grande mercato libero mondiale. Innanzitutto, il Gatt (General Agreement on Trade and Tarif), diventato il Wto (World Trade Organisation) nel 1995, che da 10 anni sta tentando di imporre al mondo, attraverso il Gats (General Agreement on Trade of Services), la pretesa ineluttabilità della liberalizzazione dei serviziùùù; poi l'Ocse, il grande laboratorio ideologico economico dei paesi occidentali; e poi, ancora, le varie zone di libero scambio promosse in tutte le regioni del mondo e di cui l'Unione europea, con il suo mercato unico interno, rappresenta il modello da seguire.

Non per nulla, uno dei più grandi dibattiti politici e culturali degli ultimi anni sull'integrazione europea è stato quello centrato sulla direttiva Bolkenstein, che mira, anche se in una versione «addolcita», alla liberalizzazione di tutti i servizi di rilevanza economica (i servizi considerati di non rilevanza economica sono rimasti in pochi).

Terza dinamica, la privatizzazione. Fortemente aiutato, anche in questo, dallo Stato, il capitale è riuscito ad impadronirsi della proprietà di tutto ciò che fino a poco tempo fa era stato considerato come «proprietà comune, pubblica», vuoi come bene «sacro»: dai semi di riso indiani od asiatici, «liberati» dalle regole statali e dalla proprietà collettiva dei villaggi o delle cooperative, all'acqua, anch'essa trattata come «bene libero», passando attraverso le piante ed i microrganismi alla base della farmacopea mondiale.

Gli algoritmi, senza i quali nessun software esisterebbe, l'energia eolica, l'energia solare, l'educazione... qualsiasi espressione di vita può/deve diventare oggetto di appropriazione privata e di capitalizzazione finanziaria.

Lo strumento principe utilizzato dal capitale privato, che legalizza ciò che si deve invece definire come un vero furto o atto piratesco, è il diritto di proprietà intellettuale concretizzato nell'ottenimento di un brevetto. Il brevetto garantisce al suo proprietario il diritto esclusivo di uso del bene o del servizio brevettato per un periodo di 18 a 25 anni, con possibilità di rinnovo. Le principali proprietarie di brevetti al mondo sono le grandi imprese multinazionali private occidentali, specie statunitensi.

Cosi, il capitale biotico del pianeta è in via di crescente brevettazione. Inoltre, dal 1994, il Congresso degli Stati uniti ha autorizzato la brevettabilità di geni umani, in ciò seguito nel 1998 dal Consiglio europeo e dal Parlamento europeo per paura che l'industria biotecnologia europea perdesse competitività e mercati a vantaggio di quella statunitense.

Alla luce di quanto precede, la principale sfida globale e planetaria attuale consiste nel liberare la vita dall'appropriazione e dal controllo da parte del capitale privato affermando il primato dei diritti della vita ed alla vita sugli interessi dei proprietari del capitale finanziario delle grandi imprese globali. La salvaguardia e la promozione dei beni comuni rappresentano la condizione fondamentale di partenza, necessaria ed indispensabile, per la lotta alle nuove pretese del capitale privato.

Considerare l'acqua, l'aria, la terra, l'energia solare, la conoscenza, la salute, l'educazione, la sicurezza collettiva, la pace, la protezione civile... come beni comuni significa riconoscere, nella storia della condizione umana, la centralità dell'altro come bene comune essenziale ed insostituibile alla propria esistenza. L'altro nella duplice realtà di «altro» come essere umano, e «altro» come «natura», la «madre di vita».

Per il capitale privato l'altro è da rigettare o da sfruttare. La sua visione del mondo, dell'alterità, è una visione antagonistica ed utilitarista. Nella chiave antagonista, l'altro è soprattutto un nemico, un contendente nella lotta, con vincitori e vinti, per la sopravvivenza, la potenza, la ricchezza. Nella chiave utilitarista, la natura, l'ingegnere informatico di Bangalore o il risparmiatore di Recife, sono visti come uno strumento, una «risorsa» che vale fintantoché è utilizzabile al fine dell'ottimizzazione della creazione di valore per il capitale. Non c'è possibilità di alcuna solidarietà economica con l'altro, ma, al massimo, solo una convergenza temporanea di interessi.

La visione antagonistica ed utilitarista dell'altro è all'origine di tutte le guerre per e sulle risorse, a partire dalle guerre economiche, commerciali e, oggi, tecnologiche. Per questa ragione il capitalismo è incapace di pace, di solidarietà, di condivisione, di giustizia sociale. Coloro che pensano che non vi sia più storia possibile al di fuori del capitalismo, sono convinti che non sarà mai possibile costruire una società fondata sulla pace, la solidarietà, la giustizia sociale. Il riconoscimento dell'esistenza di beni comuni è, invece, alla base di una visione cooperativa e solidale della società, del mondo.

Solo impedendo al capitale di impadronirsi del potere di controllo sulla vita, si contribuirà altresì ad un riequilibrio di fondo nei rapporti tra lavoro e capitale.

Autore: Riccardo Petrella
Fonte: Il Manifesto / 27 agosto 2006

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