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Nano inquinamento 5
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di: Alessio Mannucci

Secondo una ricerca svolta da un team del Woodrow Wilson International Center for Scholars di Washington, l'inalazione di nanotubi di carbonio, uno dei nanomateriali più diffusi, potrebbe causare danni ai polmoni simili a quelli causati dalle particelle di asbesto, ovvero di amianto, che provocano l'asbestosi, una malattia letale che provoca un tumore polmonare (per cui in Italia ancora oggi si muore, ndr).

In una serie di esperimenti, nell'addome di alcuni topi sono stati inseriti nanotubi complessi di varie lunghezze. In altri topi nella stessa posizione sono state poste fibre di amianto e microfogli di carbonio, con l'idea di comparare gli effetti dei materiali sugli animali. “Abbiamo così scoperto - ha dichiarato uno dei ricercatori - che i nanotubi più lunghi causano infiammazioni e deformazioni epidermiche e probabilmente tumori sul lungo periodo”.

Attualmente, gran parte dei materiali che contengono nanotubi sono ritenuti sicuri perché sono conservati all'interno di strutture più grandi. Ma questo vale per i prodotti finali, e quindi per i consumatori. Diversa la questione per chi lavora negli impianti di produzione a contatto diretto con i nanomateriali.

Un'altro studio, condotto da ricercatori della Purdue University, ha testato l'impatto di larghe quantità di molecole buckyballs su intere comunità batteriche. Le buckyballs sono molecole (di origine extraterrestre, ndr) formate da 60 atomi di carbonio disposti come un pallone da calcio, che ricordano la forma delle cupole geodetiche realizzate dall'architetto Buckminster Fuller, da cui i nomi “buckyball” e “fullerene”, utilizzate per la creazione dei nanotubi al carbonio, detti anche “buckytubes”.

In precedenza, un esperimento condotto da Eva Oberdörster alla Southern Methodist University, aveva dimostrato che concentrazioni di buckyballs in acqua pari a 0.5 ppm, dopo 48 ore procuravano danni cellulari nel tessuto del cervello di alcuni pesci. Leila Nyberg, studentessa alla School of Civil Engineering della Purdue University, insieme ai colleghi Ron Turco e Larry Nies, professori di argonomia e Ingegneria Civile, hanno condotto l'esperimento su una comunità microbica che vive in assenza di ossigeno e che si trova anche nel sottosuolo e nello stomaco di ruminanti come mucche e capre, aiutando i processi digestivi (i risultati sono stati pubblicati su Environmental Science and Technology).

“Non abbiamo riscontrato alcun effetto negativo sulla struttura o sulle funzioni della comunità microbica”, ha detto la Nyberg, secondo cui “l'esperimento può fornire un modello realistico, in base a quello che sappiamo sulle proprietà delle molecole buckyballs, di quello che potrebbe succedere se alte concentrazioni di nanoparticelle venissero rilasciate nell'ambiente”. I ricercatori questa volta hanno analizzato microbi appartenenti a tutti e tre i domini dell'albero genetico - batteri, archaea ed eucarioti - che includono microrganismi che giocano un ruolo importante nel mondo organico a diversi livelli. “Abbiamo aggiunto alte concentrazioni di nanomateriali in questi microcosmi”, ha detto ancora la Nyberg, “senza osservare alcun effetto. Il fatto probabilmente è dovuto all'assenza di biodisponibilità”.

La “biodisponibilità” corrisponde al tasso con cui le cellule assorbono una determinata sostanza ed è un fattore importante per stabilire l'eventuale tossicità di sostanze chimiche. Il team ha usato due metodi per determinare gli effetti dell'esposizione alle buckyballs sui microbi: mediante una tecnica ampiamente usata in biologia molecolare, che consente di analizzare la genetica di un organismo, e attraverso la misurazione delle emissioni di anidride carbonica e metano, che i microbi rilasciano quando degradano la materia organica. Siccome non esistono ancora strumenti specifici per misurare le nanoparticelle presenti nell'ambiente, questi due metodi potrebbero rivelarsi preziosi anche per le prossime ricerche, che dovranno investigare gli effetti sul lungo termine di buckyballs e buckytubes.

Data articolo: giugno 2008

Link correlati all'articolo:

Purdue University

Woodrow Wilson International Center for Scholars

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E-mail: Alessio Mannucci




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