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L'impero di Cindia
L'impero di Cindia


di: Alessio Mannucci

Il secolo cinese non sarà dominato solo dalla Cina. L'impetuoso sviluppo economico conosciuto negli ultimi anni da quello che fu l' “lmpero celeste” ha infatti coinvolto molti paesi asiatici, primo fra tutti l'India. L'ex colonia britannica sta rapidamente diventando una nuova grande potenza economica: la diffusa conoscenza della lingua inglese e un buon tasso di istruzione tecno-scientifica ha fatto sì che molte aziende americane e inglesi abbiano deciso di delocalizzare nel territorio indiano alcuni servizi fondamentali e che siano nate non poche delle più importanti aziende informatiche del pianeta, tanto che persino Microsoft ha recentemente deciso di spostarvi la propria produzione. Federico Rampini, corrispondente di Repubblica da Pechino, in questo libro racconta la Cina e anche l'India, i due Paesi che si stanno imponendo sulla scena mondiale grazie al “boom” economico, industriale e tecnologico che stanno vivendo ormai da alcuni anni.

“Se il boom cinese” – scrive Rampini – “ha preso la sua rincorsa dall’inizio degli anni Ottanta, è di recente che l'India si è imposta di prepotenza come l'altro miracolo. Dal 1991 le riforme economiche di New Delhi hanno liberato l'energia del Paese e dal 2004 Cina e India sono diventate le mete predilette degli investimenti delle multinazionali”.

Il decollo della potenza tecnologica indiana coincide con l'invenzione di un microchip, ad opera di un 35enne indiano, finito nello stomaco di vacche che fino al 2003 giravano indisturbate per le vie della capitale ed a cui ora è stato attribuito un codice d'identità che ne registra razza e proprietario. Ebbene, quel sensore “made in India” è oggi un successo mondiale: negli Usa, in Europa e in Argentina è usato per monitorare eventuali ritorni del morbo della mucca pazza.

Questa è la “New India”, divenuta centro dell'innovazione mondiale, il Paese dove la Microsoft di Bill Gates lancia nuovi software a basso costo per miliardi di utenti, assume migliaia di ingegneri e incontra una concorrenza che ha spostato lì, a Bangalore, nella Silicon Valley indiana, il baricentro della fabbricazione di hardware e microchip. Dunque, scrive Rampini, non ci sono alternative, la crescita è in questo Paese. E in Cina. La tigre indiana e il dragone cinese, rispettivamente, una democrazia da 1 miliardo e 100 milioni di abitanti e un regime totalitario da 1 miliardo e 300 milioni di persone. Due Paesi dal passato glorioso che trainano tutto il continente asiatico come due locomotive dello sviluppo industriale e demografico.

Questa realtà è “Cindia”, un'area che fra 30 anni, secondo accreditati studi internazionali, produrrà il 42% del Pil mondiale, lasciando agli Usa il 23% e all'Europa solo il 16: la partita del XXI secolo si gioca qui, nel nuovo centro del mondo. Rampini raccoglie storie di vita quotidiana, ritratti di grandi capitalisti dei quali a stento si comprende il nome, e racconti di viaggio dall'interno dell'impero nascente.

Cindia, a detta di Rampini, è il vero ostacolo degli Usa per il comando supremo del globo. Basti pensare a un dato: già oggi la Cina è il più grande costruttore di prodotti high-tech; e l'India il più grande serbatoio di operatori software (i Pc americani vengono riparati via Internet da tecnici di New Delhi o Bombay) e contemporaneamente la sede mondiale dei nuovi laboratori di ricerca. I due giganti, spesso complementari, talora alleati (in Nigeria hanno avviato un'operazione congiunta di sfruttamento energetico) stanno rivoluzionando la geografia economica mondiale.

Lo sconvolgimento sarà epocale, sottolinea Rampini, perchè nel pianeta non c’è posto per altri tre miliardi di produttoriconsumatori al livello occidentale. Non ci sono fonti energetiche (e già si vede), né materie prime, ma nemmeno elementi primari come l'aria e l'acqua. Quindi, all’emergere di Cindia, si pongono tre soluzioni. La prima, e la più tradizionale, è la guerra. D'altronde il pianeta va avanti così: di fronte alle risorse scarse, gli uomini si scontrano e i più deboli scompaiono. La seconda potrebbe essere una auto-limitazione dei consumi (una “decrescita felice”), ma è difficile vedere il propagarsi a livello generalizzato di quelle che sembrano utopie pauperiste. Oppure, un nuovo riassetto della produzione, che implichi la compatibilità ambientale come vincolo. Ciò implicherebbe una rivoluzione tecnologica e un riorientamento morale della società. Ma anche quest'ultima soluzione appare più che mai utopica.

In Cina e India a che livello è il dibattito/consapevolezza su questi temi ?

“Entrambi rifiutano di essere additati come i responsabili dei problemi ambientali: sarebbe come accettare che alcuni paesi possono inquinare, altri no – dice Rampini – ma si rendono conto che l'impatto del loro sviluppo è enorme e sostanzialmente insostenibile. Si pongono quindi il problema di cosa fare e, almeno a parole, in Cina la sostenibilità è diventata una priorità”.

Rimane il problema globale, il consumo di risorse del pianeta, la necessità di stringenti accordi e controlli internazionali.

“Su questo sono abbastanza in ritardo”, continua Rampini, “Né l'una né l'altra hanno partecipato al trattato di Kyoto, che peraltro le esentava in quanto considerate paesi emergenti. Il fatto è che debbono ancora affrontare passaggi culturali e tecnologici che noi abbiamo già superato. Tokyo era una città inquinatissima, oggi non più. Cina e India sono come noi all'inizio della motorizzazione di massa. E non aiuta certo la posizione degli Usa, nella cui atmosfera arriva, pesante, l'inquinamento cinese, ma che devono solo tacere, perché pur essendo i primi inquinatori del mondo, con Bush hanno sabotato Kyoto, smantellato la legislazione ambientale interna e rifiutato, finché hanno potuto, i collegamenti tra inquinamento ed effetto serra”.

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E-mail: Alessio Mannucci




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