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Futuro postumano (parte 5)
Futuro postumano (parte 5)


di: Alessio Mannucci

“Nel gioco della vita e dell'evoluzione ci sono tre giocatori: gli esseri umani, la natura, e le macchine. Sono fermamente dalla parte della natura. Ma la natura, sospetto, è dalla parte delle macchine” (George Dyson, “L'Evoluzione delle Macchine. Da Darwin all'Intelligenza Globale”, Milano, Cortina, 2000).

L'appellativo “Post-Human” è stato coniato nel 1992 per una mostra realizzata dal critico americano Jeffrej Deitch dedicata alla trasformazione naturale ed artificiale del “nuovo corpo” nell'arte contemporanea. Non si trattava in realtà di opere particolarmente innovative, era piuttosto una di quelle trovate modaiole di cui si nutre il mercato dell'arte (e il mercato in genere, ndr). Vi compariva tra gli altri, ad esempio, un artista affermato come Jeff Koons. Fatto stà, però, che l'interesse suscitato da quella mostra riuscì a catalizzare un'idea forte: quella del passaggio di un guado, l'ingresso in un “mondo nuovo” (post), oltre l'umano, caratterizzato dall'incertezza, che schiudeva nuove modalità di essere e di esistere.

Come era già successo in precedenza per il “post-moderno” - termine anch'esso nato in ambito artistico per designare un nuovo stile architettonico che ha poi indicato in ambito filosofico, letterario, sociale, la fase di superamento della modernità - questa idea chiamava in causa tutto un insieme di considerazioni teoriche sulle profonde trasformazioni in corso dell'individuo e della società nel suo complesso. Partendo dalle dichiarazioni di Deitch, si è cercato allora di cogliere il senso di quella che è stata definita “una mutazione antropologica” che si andava producendo sotto la spinta dell'innovazione tecnologica e dei nuovi media elettronici/digitali (che peraltro era già stata annunciata da Marshall Mcluhan, ndr).

Il movimento artistico del postumano spazierà ben presto dal linguaggio estetico a quello della letteratura e della fantascienza (cyberpunk) utilizzando differenti tipologie e linguaggi (tra gli artisti più in voga di questi ultimi anni vi è Matthew Barney, noto per la saga “Cremaster”, che affronta le relazioni tra corpo e identità trasfigurate in una personale mitologia della cultura americana). Ma la mutazione a cui si riferiva Deitch andava ben oltre lo stile artistico: il “tramonto dell'Uomo” e il suo trasformarsi in un oggetto modificabile e ricostruibile, che diventa un tuttuno con la macchina mediante protesi biomeccaniche e innesti cibernetici (vedi “Neuromancer” di Gibson e “Matrix” ), dà il senso di una svolta più ampia che non è certo cominciata con la mostra Post-Human. Trattasi bensì di una svolta che si può far risalire, molto più in là, almeno al pensiero di Nietzsche (la famosa “Morte di Dio” annunciata da Zarathustra e la venuta del “superuomo”, ovvero “l'uomo oltre l'uomo”, ndr). La fondamentale intuizione dell’umano come costrutto storico la cui era sta per finire è stata poi ripresa da Michel Foucault in “Les Mots et Les Choses” (1966). Nel 1977, inoltre, Ihab Hassan aveva già descritto il postumanesimo cogliendone sia il carattere di ambiguo neologismo sia il potenziale culturale.

“In quest'accezione filosofica del postumano, non troviamo solamente il problema dei microchip trapiantati nel cervello, ma anche quello di tutta un'organizzazione dei saperi che, tra '700 e '800, aveva dato vita a una monumentale visione dell'uomo come artefice della propria cultura e delle proprie istituzioni (e quindi di se stesso). Si trattava di un Uomo che aveva scalzato il ruolo religioso dell'antropogonia perché aveva la propria origine e il proprio fine in se stesso. Per Kant, ogni essere umano è un fine in sé, e quindi non può essere considerato al pari di uno strumento, neanche da se stesso (un uomo quindi non può disporre del proprio corpo ad es. per venderlo)” (Roberto Terrosi). Oggi questi assunti entrano in crisi sotto la spinta della rivoluzione (o catastrofe, a seconda dei punti di vista, ndr) biotecnologica. E, con essi, entra in crisi l'umanità, almeno quella che fino ad ora avevamo concepito.

Il termine postumano descrive dunque una condizione o una prospettiva che pone radicalmente in discussione il concetto di umano, collocandosi nel futuro (come condizione ipoteticamente realizzabile) o anche nel presente (transumanesimo). Implica una profonda ridefinizione del concetto di umano che coinvolge diversi orientamenti teorici e pratici, la sfera sociale, culturale, politica, economica e materiale. Tema centrale è la dissoluzione delle demarcazioni e differenze essenziali tra umani e macchine, in generale, tra meccanismi cibernetici e organismi biologici (cyborgs), a partire dal convergere, fin dagli anni Quaranta, di discipline quali la teoria dell'informazione, la cibernetica, l'intelligenza artificiale. Secondo il filosofo Shannon Bell, il postumanesimo tenta “di sviluppare la messa in atto di una nuova comprensione dell'essenza, della coscienza, dell'intelligenza, della ragione, dell'intimità, della vita, dell'incarnazione, dell'identità, del corpo, del sé e dell'altro”.

In Italia, Giuseppe O. Longo, ordinario di Teoria dell'Informazione all'Università di Trieste, ha formulato l'ipotesi che l'impennata dell'ibridazione fra uomo e tecnica, verificatasi con le neo-tecnologie (informatiche, cibernetiche, bio-nanotecnologiche) stia avviando l'umanità verso una nuova specie ibrida, indicata dal titolo del suo libro: “Homo Technologicus” (Meltemi, 2001). Secondo Longo, l'essere in sé, come principio separato dal resto del mondo, non esiste, ma è in divenire, come lo stesso mutamento continuo degli oggetti della tecnica e della scienza. Tutte le tecnologie, anche quelle più semplici, sono pervasive, perché retroagiscono sul nostro modo di rapportarci al mondo, e, quindi, di rappresentarcelo.

Nel mondo transumano-postumano in divenire, il vecchio homo sapiens, o meglio i primi “simbionti”, a bassa intensità tecnologica, non sono più a loro agio, e vengono via via sostituiti da altre creature, a tecnologia sempre più intensa, che tendono ad adattarsi alla corrispondente evoluzione di ambienti sempre più artificiali. “Gli uomini dovrebbero persuadersi di questo: le cose artificiali non differiscono dalle cose naturali per la forma o per l'essenza, ma solo per la causa efficiente” (Francis Bacon). Nel 2002, Roberto Marchesini ha pubblicato un lavoro monumentale (“Post-Human. Verso nuovi modelli di esistenza”, Bollati Boringhieri) in cui sostiene la tesi di fondo che, nella storia evolutiva dell'uomo, l'ibridazione con la tecnologia non sia una novità assoluta, dato che la specie umana si è sempre caratterizzata per una elevata capacità di rapportarsi in modo simbiotico e ibridante col mondo circostante: con gli animali, in primo luogo, e con la tecnica. È questa capacità di apertura all'altro, secondo Marchesini, e non già l'incompletezza ontologica (come sostiene l'antropologia filosofica di Plessner e Gehlen) a «definire» l'uomo.

Siamo il risultato di una co-evoluzione che ci vede strutturalmente accoppiati, come direbbero Humberto Maturana e Francisco Varela, ai nostri strumenti tecnologici, all'interno di una complessa rete di feedback, negativi e positivi, i quali ci stabilizzano e destabilizzano sul piano di un equilibrio adattativo dinamico incessantemente conseguito. Secondo Marchesini, è del tutto fuorviante concepire il linguaggio, la cultura e la tecnica come contrapposti alla natura: essi rientrano a pieno titolo nei processi naturali, e non ha dunque alcun senso contrapporre l'artificiale al naturale. Si può anche essere d'accordo in linea generale, in fondo la cultura è figlia della natura, ma ha senso, però, alla luce dell'attualità, interrogarsi (come fece Rousseau a suo tempo, ad esempio) sui modi in cui portare avanti questo processo di ibridazione tra cultura e natura, e sulle finalità, ponendosi il problema di salvaguardare, quanto possibile, la natura, dall'invasione distruttiva di una cultura “snaturata”, disumana, come quella “cyborghese”.

“Il livello di alienazione che questa rivoluzione stà producendo nelle persone è ancora più alto che in passato. La gente tende ad essere scettica e a temere la biotecnologia, perché, a differenza di un computer, non può interagire con essa. Allo stesso tempo, però, si rende conto dei danni che questa tecnologia reca all'ambiente, come nel caso degli OGM, e alla sfera sociale. Il nostro intento è di combattere questa alienazione fornendo alla gente la giusta conoscenza e il modo di fare esperienza con la tecnologia. Non possiamo lasciare che questi nuovi potenti strumenti di manipolazione della natura diventino proprietà unica dei militari e delle corporations. Dobbiamo appropriarcene tutti”.

Come fa notare il Critical Art Ensemble - nel loro ultimo libro “Invasione Molecolare” - è in atto una nuova politica, “transgenica”, di colonizzazione della natura tramite un peso esclusivo e criminale delle neo-tecnologie, a cui occorre opporre resistenza, con ogni mezzo necessario. Perché è la più grave minaccia alla vita dell'intero pianeta da quando esistono l'uomo e la cultura. È interessante il tentativo, da parte del CAE, di ibridizzare arte e scienza in maniera contro-culturale, cercando di portare la questione all'attenzione del pubblico in modo “spettacolare” (anche se la risonanza delle loro azioni rimane circoscritta).

Il problema di fondo che pone il postumanesimo è dunque: la ridefinizione della dialettica natura-cultura, e tutto ciò che questa ridefinizione comporta. “Oggi la tecnologia è ovunque, invisibile, nascosta in congegni microelettronici, in onde elettromagnetiche che si diffondono nell'etere, al punto da creare un sottile rapporto affettivo tra l'uomo e le macchine per cui sembra che le cose ed i sensi non si combattano più tra loro ma abbiano stretto un'alleanza grazie alla quale l'attrazione più distaccata e l'eccitazione più sfrenata sono quasi inseparabili e spesso indistinguibili...”

In precedenza, rispetto a Marchesini, il filosofo Mario Perniola, ne “Il Sex-Appeal dell'Inorganico”, (Einaudi, 1994), affermava come il senso del piacere si stia spostando verso l'inorganico, il sintetico, annunciando il passaggio da una sessualità organica, orgiastica, fondata sulla differenza dei sessi, guidata dal desiderio e dall'eros, ad una sessualità neutra, inorganica, artificiale, virtuale, espressa da una eccitazione astratta, sempre disponibile e priva di riguardo nei confronti della bellezza, dell'età e delle forme.

“La scienza è fallibile perché la scienza è umana” (Karl Popper).

Rispetto alle linee di pensiero esageratamente tecno-positivistiche del transumanesimo, che aspira, irrazionalmente, ad una condizione postumana “estropica”, nell'ambito della riflessione sul postumanesimo vi è anche spazio per una “teoria critica”, anti-borghese, che si riallaccia alla tradizione della Scuola di Francoforte, del neo-positivismo, che guarda alla letteratura distopica (Burroughs, Ballard, Philip Dick, il Cyberpunk e il post-cyberpunk), mettendo radicalmente in discussione l'idea di progresso abbracciata storicamente dal razionalismo, dall'illuminismo, dal positivismo, dal liberalismo (e dal neo-liberismo), ponendo in risalto il “lato oscuro”, catastrofico, dello sviluppo neo-tecnologico.

Per il fisico Freeman Dyson (“Il Sole, il Genoma e Internet. Strumenti delle rivoluzioni scientifiche”, Bollati Boringhieri, 2000), l'accelerazione impressa alla nostra civiltà delle macchine dalle nuove tecnologie non consente l'analisi razionale dei possibili futuri: l'unico esercizio praticabile è la costruzione (affannosa e continuamente rivedibile) di scenari basati su dati e conoscenze, ma anche su intuizioni e desideri. Partendo dalla “riprogenetica” (tecnica di inserimento o cancellazione dei geni nell'ovulo fecondato prima di impiantarlo nell'utero della madre), Dyson esamina vari scenari socio-economici, paventando conflitti tra specie umane differenti, soprattutto se questa tecnica verrà lasciata al libero mercato.

L'autore cita un testo di Leo Silver, il quale sostiene che la riprogenetica, essendo un procedimento molto costoso, è destinata a dividere l'umanità tra ricchi (quelli che se lo possono permettere: i “genricchi”) e schiavi, ossia quelli privi di mezzi economici adeguati (i “naturali”). Oppure, stando alla curva storica di abbassamento dei costi delle nuove tecnologie, per cui in circa cinquanta anni esse diventano alla portata di tutti, si potrebbe invece arrivare ad un fai-da-te genetico, mediante i kit casalinghi di ingegneria genetica, che porterebbe ad una anarchica pluralità di specie post-umane (tutte possibilità già ampiamente prospettate dalla fantascienza, ndr). Il genetista e scrittore di fantascienza Steve Jones afferma che l'umanità non avrà mai la tecnologia che i fautori del transumanesimo desiderano. Ironizzando, ha detto che le lettere del codice genetico, A, C, G e T, dovrebbero essere rimpiazzate con le lettere H, Y, P ed E, che in inglese significano “esagerazione”.

Nel suo libro “Futurehype: The Tyranny of Prophecy”, il sociologo della University of Toronto Max Dublin sottilinea le molte previsioni errate nel passato a riguardo del progresso tecnologico e sostiene che le previsioni dei transumanisti si dimostreranno altrettanto errate. La sua critica si rivolge contro il fanatismo “tecno-gnostico”, per il quale sostiene che esistono paralleli storici nelle ideologie religiose e marxiste. Bill Joy, co-fondatore della Sun Microsystems, afferma nel suo articolo “Why the future doesn't need us” (“Perché il futuro non ha bisogno di noi”) che gli esseri umani probabilmente finiranno con l'estinguersi attraverso le trasformazioni sostenute dal transumanesimo.

L'astronomo britannico Martin Rees (ne “Il Secolo Finale Perché l'umanità rischia di autodistruggersi nei prossimi cento anni”, Mondadori, 2004) sostiene che il progresso scientifico e tecnologico comporta altrettanti rischi di disastro che opportunità di miglioramento. Gli ambientalisti sostengono il (sacrosanto) “principio di precauzione”, ovvero, una maggior cautela nell'applicazione degli sviluppi tecnologici, specie in quei settori potenzialmente più pericolosi (come la nanotecnologia e la biologia sintetica, ndr). Secondo i “bioconservatori”, ogni tentativo di alterare lo stato naturale dell'uomo (attraverso la clonazione e o l'ingegneria genetica) è di per se stesso immorale. Alcuni “precauzionisti” mettono in guardia anche dai pericoli che potrebbero venire da intelligenze artificiali evolute che non condividono la mortalità umana.

Altri critici hanno fatto notare l'ambiguità di concetti come “miglioramento” e “limitazione”, su cui insistono i transumanisti - osservando una pericolosa somiglianza con le vecchie ideologie eugenetiche sfociate poi nell'orrore nazista - che aspirano ad una “razza superiore”. Idee che potrebbero sfociare in una società transumana e “biopunk” come quella portata sullo schermo dal film “Gattaca, la porta dell'universo”, in cui la pratica delle diagnosi pre-impianto per selezionare il corredo genetico dei nascituri in vitro ha dato origine alla sottoclasse dei “non-validi” (le persone nate in modo naturale, geneticamente imperfette). O anche in “The Island” (Michael Bay, USA, 2005), in cui Lincoln Six-Echo (Ewan McGregor), un clone creato in segreto e fatto vivere in un ambiente totalmente virtuale, stà per essere soppresso (mandato sull'Isola) per ricavare organi, tessuti o prole, che saranno poi ceduti a facoltosi clienti disposti a pagare cifre astronomiche pur di non invecchiare o soffrire.

CRACKING THE GENOME

Il London Times racconta che alle celebrazioni per i cinquant'anni della scoperta del Dna, James Watson ha detto che “le persone pensano che sia orribile rendere belle tutte le ragazze. Per me è meraviglioso”. In “Cracking the Genome”, un altro famoso genetista, Kevin Davies, sostiene che “l'infanzia della razza è alla fine: bisogna riscrivere il linguaggio di Dio”. Ad una conferenza a Yale, nel luglio del 2003, si parlava dei “diritti delle future generazioni”, di figli su misura e della “libertà di ricerca scientifica”. Il segretario del movimento, James Hughes, ha redatto una nota sul “Controllo dei corpi”, in cui augura la manomissione della linea germinale umana, commercio e clonazione degli embrioni, diagnosi preimpianto, maternità extrauterine e scelta del sesso.

Richard Lynn, professore all'Università dell'Uster, per giustificare la selezione degli embrioni spiega che: “il progresso evoluzionistico significa l'estinzione dei meno competenti”. I transumanisti sono stati i primi fautori della clonazione riproduttiva e dell'utilizzo di farmaci come Ritalin (una anfetamina che adesso somministrano anche ai neonati, per farli stare buoni, ndr), Viagra e Prozac, la “soma” di Aldous Huxley.

Il loro slogan recita: “Perché non usare gli strumenti della genetica per renderci più veloci, più sani e più longevi ?”. Vorrebbero embrioni geneticamente modificati per produrre “figli forti e attraenti”. Se il vitro fallisce, auspicano una “Kristallnacht” delle provette e un nuovo eterno inizio. Non a caso, considerano loro capostipite il filosofo inglese William Godwin, che nel 1793 voleva ricorrere all'eugenetica per “estirpare tutte le infermità della natura”, compresa la malinconia.

Il presidente del Consiglio americano di bioetica, Leon Kass, ha scritto nel suo “Life, liberty and defense of dignity” che “omogeneizzazione, mediocrità, sottomissione, appagamento da droghe, degrado del senso estetico, anime senza amore e senza desideri saranno gli inevitabili risultati del rendere l'essenza della natura umana l'ultimo progetto della padronanza tecnica. Nel suo momento di trionfo, l'uomo prometeico si trasformerà in un bovino compiacente”. Secondo Francis Fukuyama (autore di “Our Posthuman Future”), con l'avvento del transumanesimo si avvererà la profezia di Émile Cioran: “La vita si crea nel delirio e si disfa nella noia”.

Data articolo: aprile 2007

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E-mail: Alessio Mannucci




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