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di: Alessio Mannucci

Una delegazione della popolazione di Pigmei che abitano le foreste del Congo, si è incontrata a Washington con i vertici della Banca Mondiale (BM), per denunciare le politiche di distruzione della seconda foresta pluviale mondiale, dopo quella amazzonica, di cui la stessa BM si è resa complice.

Un rapporto indipendente accusa la Banca Mondiale di aver incoraggiato imprese straniere a sfruttare le foreste pluviali della Repubblica Democratica del Congo, mettendo in grave pericolo, oltre alla seconda più grande superficie forestale al mondo, anche la sopravvivenza dei Pigmei che in quelle aree sono insediati. Il rapporto, realizzato da dirigenti interni con l'aiuto di esperti esterni, esamina le attività della Banca Mondiale nella Rep. Dem. Congo dal 2002, anno di conclusione ufficiale del conflitto nel Paese, partendo dalle accuse mosse due anni fa da un'alleanza di 12 gruppi Pigmei, sottolineando come la riforma del sistema forestale, imposto dalla BM in cambio di prestiti per oltre 450 milioni di dollari, sarebbe stato interamente subordinato alle necessità industriali di un numero ristretto di aziende straniere, alcune delle quali hanno ottenuto concessioni per oltre 5 milioni di ettari (di cui molti abitati dai Pigmei). Le stime dei ritorni economici del settore sarebbero inoltre state gonfiate, in modo da spingere il governo congolese a preferire questo tipo di sfruttamento alla conservazione del patrimonio naturalistico e ad altre forme di utilizzo ecosostenibile delle foreste.

Il Programma dell'ONU per l'Ambiente (UNEP) ha pubblicato il suo quarto “Global Environment Outlook” (Geo-4) nel quale si legge che le minacce più gravi per il pianeta, in particolare cambiamenti climatici, tassi di estinzione delle specie e la crescita della popolazione, figurano tra i numerosi problemi che non sono stati ancora risolti e che mettono l'umanità in pericolo.

“Geo-4 ! valuta lo stato attuale dell'atmosfera, della terra, dell'acqua e della biodiversità, descrive i cambiamenti avvenuti dopo il 1987 ed identifica le azioni prioritarie. È il rapporto dell'ONU più completo sull'ambiente, preparato da circa 390 esperti e rivisto da più di mille altri in tutto il mondo. Secondo il rapporto, «nessuno dei maggiori problemi sollevati da “Our Common Future” (il rapporto della Commissione Brundtland) presenta previsioni di evoluzioni favorevoli». Per l'UNEP, «l'obiettivo del rapporto non è quello di presentare uno scenario catastrofico, ma un appello urgente all'azione».

Geo-4 riprende la dichiarazione della Commissione Brundtland secondo la quale «il mondo non affronta crisi separate... la crisi ambientale, la crisi dello sviluppo e la crisi dell’energia ne fanno una sola». Una crisi unica, globale, eco-apocalittica, che include tutti i problemi: «declino degli stocks di pesci; la perdita di terre fertili per l'utilizzo e il degrado; una pressione non sostenibile sulle risorse; la diminuzione della quantità di acqua dolce disponibile da dividere tra gli esseri umani e le altre creature ed il rischio che il deterioramento dell'ambiente superi il punto di non-ritorno».

Per Achim Steiner, segretario generale aggiunto dell'Onu e direttore esecutivo dell'UNEP, «nel corso degli ultimi 20 anni, la comunità internazionale ha ridotto del 95% la produzione di prodotti chimici che rovinano la cappa di ozono, ha creato un trattato per la riduzione dei gas serra ed anche un commercio di carbonio innovativo e mercati di compensazione del carbonio, ha favorito un aumento delle zone terrestri protette che coprono circa il 12% della terra e creato numerosi strumenti per fronteggiare questioni che vanno dalla biodiversità alla desertificazione al commercio di rifiuti pericolosi e alla modificazione degli organismi viventi. Ma problemi persistenti e cronici restano senza soluzione. Vecchi problemi rimangono e nuovi problemi appaiono, come il rapido aumento di “zone morte” negli oceani, il risorgere di malattie vecchie e nuove legate in parte al degrado dell'ambiente. Istituzioni come l'UNEP, create con lo scopo di attaccare le cause profonde dei problemi, rimangono deboli e soffrono di una mancanza di risorse».

Il rapporto avverte che stiamo vivendo molto al di sopra delle nostre possibilità: «La quantità di risorse necessarie per la sopravvivenza dell'umanità supera le risorse disponibili. L'impronta umana (vale a dire i bisogni relativi all'ambiente) è di 21,9 ettari a persona, mentre la capacità biologica della terra è, mediamente, solo di 15,7 ettari per persona».

Tra gli altri punti critici identificati, figura la gestione dell'acqua: «L'irrigazione consuma già intorno al 70% dell'acqua disponibile, mentre per raggiungere gli Obiettivi del Millennio per lo sviluppo riguardanti la fame occorrerà raddoppiare la produzione alimentare entro il 2050». Ma intanto l'acqua dolce diminuisce. Secondo le previsioni, entro il 2025 l'utilizzo d'acqua dovrebbe aumentare del 50% nei Paesi in via di sviluppo e del 18% nei mondo sviluppato. Inoltre, anche la qualità dell'acqua è in declino, perché è inquinata da patogeni microbici e da nutrienti eccessivi. E infatti, la contaminazione dell'acqua rimane la maggiore causa di malattie e morti al mondo.

Per quanto riguarda la biodiversità, «una sesta estinzione è in corso, causata dal comportamento umano». I cambiamenti in corso sono i più rapidi da quando l'uomo è apparso sulla terra. L'estinzione delle specie si produce ad una velocità superiore a quella indicata dai fossili. Il commercio di carne e legname nel bacino del Congo è stimato a 6 volte superiore al tasso sostenibile. Tra i gruppi di vertebrati, più del 30% degli anfibi, il 23% dei mammiferi e il 12% degli uccelli sono minacciati di estinzione, mentre l'introduzione di specie “aliene” è un problema crescente.

I cambiamenti climatici sono dunque «una priorità mondiale» e «la minaccia è ormai così urgente che riduzioni importanti di gas serra sono necessarie entro la metà del secolo». «Occorre una pressione crescente su certi Paesi ad industrializzazione rapida, ormai emettitori importanti, perché accettino delle riduzioni di emissioni».

Nel frattempo, in America, la Casa Bianca ha il coraggio di parlare dei “benefici alla salute” derivanti dai cambiamenti climatici. “Secondo alcuni studi”, ha detto la portavoce Dana Perino, “in certe aree i cambiamenti climatici apporteranno dei benefici alla popolazione”.

Il Council on Environmental Quality dell'amministrazione Bush ha citato anche il rapporto 2007 dell'Intergovernmental Panel on Climate Change (IPCC): “Bisogna considerare sia gli effetti negativi che quelli positivi”, riferendosi alla sezione del rapporto in cui si parla di possibili vantaggi derivanti dal riscaldamento globale, come ad esempio un calo delle morti per freddo, in certe aree, e della diffusione di malattie infettive. Mentre il resto del mondo creperà di caldo, di fame, di sete, ecc. ecc.. Potrebbe essere un'ottima politica per risolvere almeno il problema della sovrappopolazione.

Mentre venivano rilasciate queste inquietanti dichiarazioni, i democratici sono passati all'attacco sulla vicenda del rapporto sui mutamenti climatici del 2003, a cura dell'EPA (Enviromental Protection Agency) che la Casa Bianca ha ammesso di aver “ritoccato”. Con una lettera a George Bush, Barbara Boxer ha chiesto che una copia del rapporto originale venga inviato alla White House da Julie Gerberding, la direttrice dei Centers for Disease Control and Prevention prima della sua deposizione alla Commissione Ambiente del Senato, presieduta dalla senatrice democratica, su “cambiamenti climatici e salute pubblica”.

Data articolo: novembre 2007

Istituzioni scientifiche citate nell'articolo:

Global Environment Outlook

Council on Environmental Quality

U.S. Environmental Protection Agency

Centers for Disease Control and Prevention

Intergovernmental Panel on Climate Change

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E-mail: Alessio Mannucci




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