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Commercio di ovuli 2
Commercio di ovuli 2


di: Alessio Mannucci

La Gran Bretagna ha autorizzato il commercio di ovuli. Vista la carenza cronica di ovuli destinati alla ricerca, il regolatore britannico della bioetica ha stabilito che le donatrici da ora in poi dovranno essere pagate. Ma la decisione della Human Fertilisation and Embryology Authority è destinata a spaccare la comunità scientifica, una parte della quale condanna già come irresponsabile l'incentivo di una procedura medica che espone le donne a potenziali pericoli. Il comitato etico e legale del regolatore, in un dossier di 64 pagine anticipato dal settimanale «The Observer», sostiene che: «il progresso scientifico potenziale prevale sulle obiezioni».

Le donatrici saranno pagate 250 sterline (385 euro), più il rimborso delle spese di viaggio. Come prerequisito dovranno dimostrare di volersi sottoporre a questa procedura medica per ragioni altruistiche, per esempio per aiutare un parente che soffra di una delle malattie su cui si concentra la ricerca sulle staminali: problemi cardiocircolatori, diabete, infertilità, Alzheimer e Parkinson.

Ma, nel contempo, un numero crescente di scienziati mette in guardia le donatrici dal, seppur basso, rischio di iperstimolazione ovarica durante l'estrazione degli ovuli, che può danneggiare la fertilità e causare persino la paralisi e la morte. Donna Dickenson, professore emerito di etica medica all'Università di Londra, sintetizza così le obiezioni mosse in queste ore da una parte della comunità scientifica: «La Human Fertilisation and Embryology Authority, pur ponendo la condizione dei motivi altruistici, potrebbe involontariamente aprire le porte al baratto e alla compravendita di ovuli, che coinvolgerebbe donne nel Regno Unito e all'estero» (pratica già esistente, ndr).

Prosegue la professoressa Dickenson: «Le 250 sterline sarebbero già sufficienti a incentivare alcune donne dell'Est europeo a venire qui nel Regno Unito per vendere i propri ovuli. È chiaro che ciò trasformerebbe gli ovuli in un oggetto di commercio, la qual cosa è sconvolgente. Una volta stabilito il principio della donazione di ovuli per la ricerca, diventerà più difficile proibire la donazione a pagamento».

Per l'altra parte della comunità scientifica, invece, convinta della necessità di compensare le donatrici per ovviare alla scarsità di ovuli, la consapevolezza che si tratta di una procedura invasiva, dolorosa e potenzialmente rischiosa non costituirà un deterrente. «Le donne hanno l'intelligenza per decidere se vogliono donare ovuli - sostiene Peter Braude, primario al King's College di Londra - non bisogna impedirlo, purché siano informate sui rischi. Le donne, di solito quelle che si sottopongono alla sterilizzazione, donano ovuli da 20 anni e il principio non è nuovo».

Le voci di dissenso provengono anche da scienziati convinti che l'enfasi sui benefici della ricerca sulle staminali sia esagerata. Ma la maggior parte delle critiche riguardano per l'appunto i pericoli per le pazienti. La tecnica con cui gli ovuli vengono adoperati nelle ricerche è nota. Per creare staminali, si preleva un ovulo e si rimuove il nucleo. Quindi si preleva una cellula di un paziente e la si immette nell'ovulo privo di nucleo. L'embrione può svilupparsi fino a 14 giorni, dopodiché vengono prelevate le staminali, che hanno lo stesso corredo genetico del paziente.

“È mercificazione, un orrore, serve un limite alla scienza”. Così il Ministro della Salute Livia Turco, in una intervista al Corriere della Sera, ha commentato la notizia. “Capisco le ragioni della scienza - afferma Turco - ma il fine non giustifica i mezzi. Qui siamo oltre il dibattito sulla liceità di sperimentare o no sugli embrioni. L'incentivo a vendere le ovaie introduce un elemento, la mercificazione del corpo umano che mi spaventa. Credo che la società debba porre limiti e opporsi al commercio e alla manipolazione di parti del corpo”.

“Sono molto sensibile alle sorti della ricerca - ha aggiunto il ministro - e in Italia ci stiamo attivando nella giusta direzione incentivando la ricerca sulle cellule staminali adulte, un campo ancora inesplorato e potenzialmente molto fertile”. Quanto all'uso degli embrioni sovrannumerari destinati alla distruzione il ministro afferma: “Occorre affrontare con meno ipocrisia il problema. Forse è su questi che potrebbe essere applicata la ricerca. Se il loro destino è lasciarli deperire e buttarli via allora è meglio utilizzarli a fin di bene”. Ma per fare questo, secondo il ministro, occorrerebbe aprire il dibattito sulla procreazione assistita.

Data articolo: febbraio 2007

Istituzione scientifica citata nell'articolo:

Human Fertilisation and Embryology Authority (HFEA)

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