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Big pharma (parte 2)
Big pharma (parte 2)


di: Alessio Mannucci

FARMA&CO

Marcia Angell è specialista di medicina interna e patologia in forze alla Harvard Medical School. Per oltre un decennio, ha diretto il New England Journal of Medicine, una delle più prestigiose riviste mediche del mondo. La Angell recentemente ha pubblicato una inchiesta (“Farma&Co”, Il Saggiatore) che sviscera il rapporto tra ricerca medica, industria e mercato nell´economia della conoscenza.

Le patologie del sistema denunciate da Marcia Angell sono, in estrema sintesi, queste: da circa un quarto di secolo a questa parte quello dei farmaci negli Stati Uniti, da mercato pigro e a tratti statico, è diventato un mercato “booming”, esplosivo, il cui fatturato, tra il 1980 e il 2002, è triplicato. Ogni anno, negli Stati Uniti si vendono farmaci per circa 200 miliardi di dollari. E altrettanti se ne vendono nel resto del pianeta.

Quella farmaceutica è l´industria che, tra le grandi, guadagna di più in assoluto. Nel 2002, i profitti combinati delle dieci case farmaceutiche presenti in “Fortune 500” (la classifica delle 500 aziende più ricche d´America), ammontavano a 35,9 miliardi di dollari. Secondo la Angell, i farmaci negli Stati Uniti d´America hanno prezzi ingiustificatamente alti. Il che contribuisce non poco a far sì che la spesa sanitaria americana viaggi intorno al 15% del Pil e sia, dunque, quasi doppia rispetto alla media europea.

Gli americani spendono per curarsi il doppio di quanto, in media, non facciano gli europei. Non c´è dubbio che a disposizione dei cittadini USA ci sia il meglio della medicina mondiale. Ma è anche vero che le “health inequalities”, le insopportabili differenze di accesso alle cure, sono la più alte del mondo occidentale. L´industria farmaceutica americana sostiene che i prezzi alti dei farmaci sono dovuti agli elevati e necessari investimenti in ricerca scientifica e sviluppo tecnologico. Per ogni nuovo farmaco che raggiunge i malati, sostiene Big Pharma, occorre investire in media oltre 800 milioni di dollari. Se i cittadini americani vogliono curarsi al meglio, questo è il messaggio, devono accettare di pagare qualcosa in più quando si recano in farmacia.

Marcia Angell demolisce in maniera davvero efficace questa tesi. In primo luogo, dimostrando che la spesa media in ricerca per ogni nuovo farmaco è sensibilmente diversa da quella dichiarata da Big Pharma: non 800, ma 100 milioni di dollari; e che, in ogni caso, non è la ricerca ma la pubblicità a determinare l´alto costo dei farmaci negli USA. In secondo luogo, che non solo la spesa in ricerca non è determinante per i costi, ma non è neppure molto utile per i pazienti americani. Questo perché gran parte di quella spesa viene investita per immettere sul mercato non farmaci davvero innovativi, ma farmaci “me-too”, cioè con principi attivi non molto diversi da farmaci già esistenti e la cui maggiore efficacia, rispetto ai vecchi, non è mai stata davvero provata.

Nel quinquennio 1998-2002 sono stati introdotti sul mercato 415 nuovi farmaci approvati dalla Food and Drug Administration (F&DA), l´agenzia federale che sovrintende alla sicurezza del cibo e dei farmaci negli USA: ebbene, solo 133 (il 32%) sono nuove entità molecolari, gli altri sono variazioni di farmaci vecchi. E di questi, solo 58 sono di analisi privilegiata, cioè davvero innovativi. In pratica, la media è di appena 12 farmaci innovativi l´anno (14% del totale approvato dalla F&DA), con un andamento peraltro decrescente.

Inoltre, malgrado una spesa dichiarata di 30 miliardi di dollari annui in ricerca, la gran parte di queste nuove formule è stata ottenuta nei laboratori pubblici, delle università e dei centri di ricerca finanziati dalle tasse dei cittadini attraverso il National Institute of Health. Dei 78 farmaci approvati dalla FDA nel 2002, solo 17 contengono nuovi principi attivi, solo 7 sono classificati come miglioramenti rispetto ai farmaci già esistenti, e nessuno (dei 7) è stato messo a punto nei laboratori delle aziende private. Big Pharma si è limitata ad acquistare, a prezzi bassi, i diritti di commercializzazione.

Infine, l'altro motivo dell'inefficacia della spesa (sia delle aziende in ricerca, sia della spesa sanitaria americana) è che i farmaci sviluppati riguardano sempre più malattie di difficile definizione (come il “disordine da ansia sociale”) o che attengono più alla cosmesi che alla medicina. Marcia Angell suggerisce dunque che Big Pharma, con il sostegno interessato di molti (troppi) ricercatori accademici, è molto più brava a introdurre sul mercato nuove malattie piuttosto che nuovi farmaci. Riguardo al rapporto tra ricerca e imprese, la Angell parte dal sistema di produzione e vendita dei farmaci (ovvero dalla patologia), per giungere all'analisi del nuovo rapporto tra scienza e mercato (ovvero la fisiologia).

Tutto nasce, sostiene l'autrice, nell´anno 1980, quando il Congresso degli Stati Uniti approva il Bayh-Dole Act, una legge che incoraggia anche i centri di ricerca pubblici a brevettare le loro invenzioni per ottenere royalties con cui finanziare ulteriori ricerche. Si tratta di un cambiamento culturale, in un preciso contesto storico. L'America sente il fiato sul collo delle economie emergenti (in primo luogo del Giappone) ormai capaci di maggiore efficienza nella produzione dei beni materiali e vuole dimostrare a se stessa e agli altri di non essere una superpotenza in declino.

Sono gli anni del ritorno del neoliberismo (non a caso nel 1980 viene eletto alla presidenza Ronald Reagan) e di una scelta precisa: puntiamo sulla conoscenza, puntiamo sulla scienza per costruire una nuova economia – immateriale – per riconquistare la leadership economica messa in discussione.

È un clima culturale, prima ancora che un programma politico. Proprio nel 1980 avvengono altri due fatti – che la Angell non cita – significativi. Su sollecitazione della Corte Suprema, il Patent and Trademark Office (PTO) degli Stati Uniti d´America, dopo nove anni di riflessione, concede alla signora Ananda Mohan Chakrabarty, biologa in forze alla General Electric, il brevetto a protezione della proprietà intellettuale su un organismo vivente, un batterio geneticamente modificato per fungere da “spazzino” di rifiuti a base di idrocarburi e biodegradare petrolio, scarichi industriali e inquinanti del terreno.

Inoltre, la stessa Corte Suprema degli Stati Uniti, su richiesta della Stanford University, riconosce il diritto di protezione intellettuale sulla tecnica cosiddetta di clonazione del DNA ricombinante messa a punto da Stanley Cohen e Herbert Boyer nel 1973. La tecnica – che ha un carattere generale, perché rende possibile l´analisi molecolare del DNA non solo di virus e batteri, ma anche di piante e animali – diventerà uno strumento fondamentale sia nei laboratori scientifici che nei laboratori di sviluppo biotecnologico.

In pratica, nasce l'idea della scienza come business, della ricerca fortemente proiettata sul mercato. Sia perché deve sostenere in maniera sempre più diretta lo sviluppo economico, sia perché deve acquisire sul mercato le risorse per condurre nuove ricerche. L'inglese John Ziman ha descritto in maniera molto efficace il cambiamento introdotto da questa novità nei laboratori delle università e dei centri di ricerca: una nuova griglia di valori emerge nella comunità scientifica accanto e, spesso, in contrasto con gli antichi valori dell´universalismo e del disinteresse. Questi nuovi valori, mercantili, si basano su una nuova idea: la conoscenza non è di tutti, ma è di proprietà di chi la produce.

Questa evoluzione culturale ha numerosi effetti. Economici, in primo luogo: gli Stati Uniti riconquistano una sicura leadership economica (l'Europa e, soprattutto, il Giappone fanno fatica a tenere il passo). Nasce di fatto la “società della conoscenza” (o dell'informazione) di impronta neoliberista che carattizerà il processo di globalizzazione economica del mondo.

Tutto questo ha effetti concreti sul sistema biomedico. Cambia il modo di essere e di percepirsi di molti uomini di ricerca anche nei laboratori pubblici. All'inizio degli anni ´80, il Bayh-Dole Act e la nuova cultura di mercato, scrive Marcia Angell, «hanno trasformato anche l´atteggiamento delle scuole di medicina e delle cliniche universitarie. Queste istituzioni non-profit cominciarono a vedersi come “partner” dell'industria, e guardarono con entusiasmo, al pari di un qualunque imprenditore, alle opportunità di mettere a profitto le loro scoperte».

Nelle università e nelle scuole di medicina entrano nuove risorse, che consentono di sviluppare nuove ricerche. Ma entra anche il “conflitto di interesse”, dato che le aziende pretendono di controllare ogni fase della ricerca e avocano a sé il diritto di decidere se e quando i risultati devono essere resi pubblici.

Marcia Angell dimostra come nasca una zona problematica sia sul tipo di ricerche che vengono condotte nei laboratori pubblici, sia sulla credibilità del sistema di comunicazione scientifica. Un esempio per tutti. In un insieme di 70 articoli pubblicati sulla reale efficacia di un dato farmaco, si è scoperto che tra i ricercatori favorevoli il 96% aveva legami finanziari con le imprese produttrici, mentre quegli stessi legami li aveva solo il 37% degli scienziati critici.

In definitiva, la Angell dimostra che, malgrado negli USA, e un po´ in tutto il mondo (con la vistosa eccezione dell'Italia), i due terzi dei fondi per la ricerca vengono spesi in laboratori privati, la ricerca pubblica è di gran lunga quella che produce maggiori nuove conoscenze. Questa ricerca è un bene comune, la cui autonomia va gelosamente preservata – dall'economia, come dalla politica o dalle religioni.

Il libro della Angell dimostra anche che il mercato può essere un mezzo utile per drenare nuove risorse, anche per la ricerca, ma a patto che non diventi il fine. È necessario, conclude la Angell, uno sforzo per trovare un nuovo equilibrio – anche di regole – tra scienza ed economia nell'era della conoscenza. Un nuovo equilibrio fondato sul principio che la conoscenza è di tutti, è un bene comune.

La scienza, come diceva Francis Bacon già nel XVII secolo, non deve essere a vantaggio di questo o di quello, ma a beneficio dell'intera umanità.

(Ma chi glie lo spiega a Big Pharma ?)

THE KARASIK CONSPIRACY

Intrighi, terroristi e farmaci avvelenati: questi gli ingredienti di un thriller pubblicato negli Stati Uniti che ha scatenato un putiferio (oltre a essere finito in tribunale) e che dimostra quanto la realtà, certe volte, superi la fantasia.

“The Karasik Conspiracy” è il primo libro (per quanto se ne sappia) voluto e ideato dalle case farmaceutiche statunitensi per contrastare il crescente acquisto di farmaci canadesi via internet. Non bastavano le cene e i regali offerti ai medici per far aumentare il numero delle prescrizioni dei farmaci “griffati”, e neppure le centinaia di pubblicità martellanti che ogni giorno interrompono i programmi televisivi americani per convincere milioni di consumatori ad acquistare pillole su pillole.

Percorse tutte le vie più o meno lecite, la US Pharmaceutical Research and Manufactures of America (PhRMA) ha deciso di battere sentieri nuovi e inesplorati: entrare nelle case dell'americano medio sotto forma di romanzo e raccontare la storia di un gruppo di terroristi musulmani che uccide migliaia di americani avvelenando le pillole canadesi vendute a minor prezzo tramite internet.

L'obiettivo ? Istillare nei lettori la paura e la diffidenza nei confronti dei farmaci venduti on-line e contrastare la proposta di legge che vorrebbe modificare il Medicine Equity and Drug Safety Act del 2000, eliminando la certificazione di sicurezza del Servizio sanitario statunitense per i farmaci provenienti dal Canada e, di fatto, spalancando il portone principale alle importazioni da questo paese.

La vicenda è venuta alla luce in seguito a una controversia legale tra gli autori e i finanziatori che ha scatenato, oltre alle reazioni sconcertate dei mass media, una lunga serie di smentite, accuse e minacce.

Sito correlato all'articolo:

Karasik Conspiracy

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Big pharma (parte 1)

E-mail: Alessio Mannucci




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Ultima modifica = (14-11-2006:07:38)  EDIT ARTICLE Nr. 27490  



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