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di: Alessio Mannucci

È un orgoglio dell'Italia, precisamente dell'equipe dell'European Hospital di Roma, l'annuncio della prima nascita al mondo di un bambino maschio sano ottenuto mediante la fecondazione in vitro di ovociti congelati con cellule germinali testicolari. L'intervento è stato effettuato dall’équipe di Ermanno Greco, Direttore del Centro di Medicina della Riproduzione dell’European Hospital di Roma, mediante una tecnica descritta dettagliamente sul prossimo numero della prestigiosa rivista scientifica americana Fertility and Sterility.

Il paziente maschio presentava una particolare malattia genetica (sindrome di Klinefelter) che ne aveva determinato l'assenza totale di cellule germinali nel testicolo e pertanto l'assenza completa di spermatozoi nel liquido seminale (azoospermia). Grazie ad una particolare tecnica microscopica di prelievo testicolare multiplo è stato possibile raccogliere prima e congelare poi alcune cellule germinali mature (spermatidi allungati). In una seconda fase, sempre in laboratorio, le cellule scongelate sono state microiniettate nelle uova congelate materne. La tecnica riveste particolare importanza per le molteplici coppie che in Italia ogni anno effettuano la fecondazione in vitro: il timore di doversi sottoporre ripetutamente a procedure di stimolazione ormonale ovarica, per il divieto di congelare embrioni, spinge queste coppie ad affrontare difficili e costosi viaggi all'estero (turismo procreativo), mentre ora è possibile, pur nel rispetto dell'attuale normativa, ottenere soddisfacenti risultati anche nei casi dapprima ritenuti insolubili, come quello illustrato da Fertility and Sterility.

L'acronimo FIVET (Fertilizzazione in Vitro con Trasferimento di Embrione) è utilizzato per definire una tecnica di procreazione assistita tra le più comuni: la tecnica fu sviluppata nel Regno Unito da Patrick Steptoe e Robert Edwards. Il primo essere umano nato da questa tecnica fu Louise Brown, nata a Londra il 25 luglio 1978. In alcuni Paesi, tra i quali l'Italia, la legge prevede delle limitazioni anche notevoli a tali procedure).

La procedura si divide nelle seguenti fasi: alla donna vengono somministrati per via intramuscolare o sottocutanea dei farmaci (gonadotropine) finalizzati all'iperovulazione cioè allo sviluppo di più follicoli e quindi di un numero maggiore di cellule uovo (nel ciclo spontaneo ne viene prodotta di solito una sola), di modo che possa essere prelevato un numero maggiore di ovociti. La paziente viene sottoposta ad un monitoraggio teso a individuare il momento adatto a condurre a maturazione gli ovociti (ad esempio con la somministrazione di gonadotropine corioniche). Si procede quindi all'aspirazione ecoguidata dei follicoli, al fine di recuperare gli ovociti maturati.

Il liquido follicolare viene esaminato in laboratorio e ne vengono recuperati gli ovociti ritenuti idonei alla fecondazione in base alla sola osservazione morfologica degli stessi, eseguita al microscopio. I gameti, cioè il seme maschile e l'ovocita della donna, vengono collocati insieme in un apposito recipiente affinché uno spermatozoo penetri nell'ovocita. Vengono a volte utilizzate delle tecniche di fertilizzazione assistita come l'ICSI (Intracytoplasmatic Sperm Injection, o Iniezione Intracitoplasmatica dello Spermatozoo), tramite la quale lo spermatozoo viene iniettato direttamente nel citoplasma dell'ovocita.

L'embrione così formatosi viene introdotto in utero per via vaginale, normalmente entro 72 ore, nella speranza che si annidi, cioè che “metta radici” nella mucosa uterina (endometrio) e possa ricevere dalla donna alimento, calore ed energie per continuare a svilupparsi. Le percentuali di successo sono influenzate da molti fattori: la risposta da parte della donna alle terapie (in molti casi non viene prodotto un numero sufficiente di follicoli ed è quindi necessario ripetere la terapia con dosaggi diversi); la presenza di ovociti nel liquido follicolare: in alcuni casi gli ovociti non sono maturi e fecondabili o sono assenti; il grado di maturazione degli ovociti prelevati; la fertilità della paziente, che è molto influenzata dall'età.

Per aumentare le percentuali di successo viene utilizzato il metodo di trasferire nell’utero un numero multiplo di embrioni valutato di caso in caso in modo da raggiungere un compromesso tra le probabilità di successo e il rischio di gravidanze plurigemellari; generalmente vengono trasferiti, ove siano disponibili, non più di tre embrioni. Le linee guida della ESHRE (European Society for Human Reproduction & Embryology) suggeriscono di impiantare non più di due/tre embrioni. L'introduzione della definizione di un numero massimo di embrioni impiantabili tende a prevenire gravidanze plurigemellari le quali presentano nella grande maggioranza dei casi notevoli rischi sia per la salute della donna, sia per quella dei nascituri. Si evita inoltre il dover ricorrere, come avveniva talvolta in passato, a tecniche d'emergenza quali la “riduzione embrionaria”, non sempre in grado né di garantire il proseguimento della gravidanza, né di salvaguardare la salute della donna. La riduzione embrionaria, solitamente eseguita nell'ottava settimana di gravidanza, prevede l'induzione della morte di un embrione (o più) iniettando direttamente nel suo cuore, attraverso la parete addominale materna, un farmaco (generalmente cloruro di potassio) che provoca l'arresto cardiaco. La morte dell'embrione dovrebbe provocarne l'eliminazione e garantire la sopravvivenza di quello (o quelli) rimasti. Tuttavia, in diversi casi, l'operazione ha condotto ad una completa interruzione della gravidanza e ad infezioni a carico della donna, con notevoli rischi sulla sua futura capacità di procreare.

Poiché l'iperstimolazione gonadotropinica, che potrebbe insorgere a seguito delle tecniche tese a innescare l'iperovulazione, presenta notevoli rischi per la salute della donna, e il successivo prelievo di ovociti è comunque un piccolo intervento chirurgico poco gradevole, si cerca di ottenere in un solo ciclo il massimo numero possibile di ovociti, i quali vengono fecondati tutti e poi trasferiti in utero - se ve ne sono di adatti - solo alcuni, mentre - laddove ne siano disponibili - vengono conservati gli altri in vista di eventuali ulteriori tentativi. La conservazione viene effettuata congelando gli embrioni a 196 gradi centigradi sotto lo zero (crioconservazione), con uso di azoto liquido.

Fino ad oggi non sono sufficientemente sviluppate tecniche tese a congelare e quindi scongelare gli ovociti senza interferire negativamente e in modo significativo sulla loro vitalità e capacità di essere fecondati. Tecniche simili sembrano avere migliori risultati quando applicate agli embrioni e agli spermatozoi. Diversi centri medici specializzati nella ricerca sulla fecondazione assistita, pertanto, raccomandano la congelazione degli embrioni cosiddetti “soprannumerari”.

Data articolo: luglio 2007
Fonti: European Hospital Roma 2007, wikipedia.it

Istituzioni scientifiche citate nell'articolo:

Fertility and Sterility®

ESHRE - European Society for Human Reproduction & Embryology

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