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redazione ECplanet

Stefano Montanari e sua moglie Antonietta Gatti sono gli autori di una ricerca sulle nanoparticelle, prodotte anche dagli inceneritori di rifiuti. "Gli inceneritori non eliminano i rifiuti, li rendono anzi mille volte più tossici", dice Montanari.

Con l'effetto aerosol della combustione, le nanoparticelle prodotte dalle alte temperature si diffondono nell'aria e finiscono nel corpo umano: “si inalano o si posano sui prodotti alimentari che mangiamo ogni giorno”. Ma la ricerca della dottoressa Gatti e di suo marito sulle nanoparticelle è sfociata anche in ambiti impensabili, come quello che riguardante l'11 settembre 2001: “Le polveri liberate dall’esplosione dei due aerei”, dice Montanari, “e dal crollo delle Torri Gemelle faranno sentire il loro effetto nel futuro. La costruzione delle torri era avvenuta prima che si scoprissero i reali danni che provoca l'amianto. Il crollo ha liberato nell'aria una quantità impressionante di polveri sottili che sono state inalate. I disturbi che affliggono i cittadini di Manhattan sono solo il primo passo di un drammatico calvario”.

Secondo le cifre ufficiali, sono circa 400mila le persone che hanno accusato disturbi respiratori dopo l'attentato, ma probabilmente sono molti di più, perché l'effetto delle polveri inalate si può manifestare anche dopo anni. La dottoressa Gatti ha fatto parte della seconda commissione d'inchiesta istituita dal Parlamento italiano per tentare di dare una risposta alla cosiddetta “sindrome dei Balcani”, cioè all'elevato tasso di forme cancerogene e tumorali riscontrato tra i reduci della guerra del Kosovo del 1999. Per molti, la diffusione così vasta di queste patologie in soggetti giovani e in piena forma fisica era da ricondurre all'utilizzo di proiettili all'uranio impoverito.

Secondo gli studi dei due ricercatori, la relazione tra l'uranio e le patologie dei militari e dei civili esiste, ma non nel senso che si sospettava. La sindrome dei Balcani, riscontrabile anche in militari reduci dalla guerra del Golfo, sarebbe provocata dalle nanoparticelle rilasciate nell'ambiente a seguito delle esplosioni di questi ordigni. Queste polveri contengono metalli pesanti che, attraverso la catena alimentare o per semplice inalazione, raggiungono l’organismo umano provocando forme tumorali: “Dei circa 500 soggetti che abbiamo analizzato negli anni”, racconta Montanari, “solo il 10% è rappresentato da militari, ma i dati raccolti sono indicativi”.

I guai sono cominciati quando la ricerca ha toccato gli interessi dello smaltimento dei rifiuti: “Il business dei rifiuti muove interessi economici superiori a quello della droga”, spiega Montanari, “quando abbiamo diffuso i risultati della nostra ricerca, le multinazionali dell'alimentazione si sono rivolte a Bruxelles perché l'Unione Europea era comproprietaria del microscopio necessario per questo tipo di ricerche. Mia moglie Antonietta è la responsabile del Laboratorio dei Biomateriali dell'Università degli Studi di Modena e Reggio Emilia e la ricerca avveniva in quella sede. Il microscopio che utilizzava però non era di proprietà dell'Università, che ha chiuso il laboratorio perché considerato non a norma della legge 626. L'apparecchio era stato acquistato per 3/5 dall'Unione Europea e per il resto da finanziamenti ottenuti da mia moglie presso privati, grazie a suoi lavori di consulenza. Il microscopio è stato dato poi all'Istituto Nazionale per la Fisica della Materia, che è stato assorbito dal Consiglio Nazionale delle Ricerche. Quindi, adesso, a norma di legge, è suo. L'Università ha provato ad aprire un altro laboratorio, ma anche quello non era a norma. Nell’attesa che ci venga fornito un laboratorio a norma, abbiamo investito tutti i risparmi di una vita sull’apertura di un laboratorio privato di ricerca per non perdere 34 anni di lavoro. Ma per farlo ci serve il microscopio”.

Dunque, la dottoressa Gatti e suo marito non possono continuare le ricerche in ambito universitario per motivi apparentemente futili. È probabile, anche se il dottor Montanari non conferma, che le pressioni subite dalle aziende che si muovono nel campo della produzione di alimenti e in quello dello smaltimento dei rifiuti siano riuscite a ottenere in Italia quello che non hanno ottenuto a Bruxelles: fermare la ricerca. I due coniugi non si sono comunque persi d'animo e si stanno battendo per trovare i fondi necessari all'acquisto del microscopio: “Ci serve un microscopio chiamato Feg, dieci volte più potente dell'Esem che utilizzavamo prima. Occupandoci di nanoparticelle, è necessario tale strumento perché consente di sondare i campioni ida analizzare senza distruggerli”.

Un aiuto insperato potrebbe arrivare da Beppe Grillo. Il comico genovese, oltre a contribuire in prima persona, ha pubblicato un appello sul suo blog, che è uno dei più visitati al mondo. “Il costo complessivo del microscopio è, IVA inclusa, di 550mila euro. Verrebbe acquistato tramite l'Associazione Carlo Bortolani Onlus, che lo comprerà dalla Fei, un’azienda del gruppo Philips”, racconta Montanari, “la Fei ci è venuta incontro, promettendoci uno sconto che ci permetterà di comperare il microscopio per meno di 400mila euro. Al momento abbiamo raccolto 63mila euro, Beppe Grillo ha donato circa 36mila euro e il suo impresario altri 4mila. Speriamo di farcela, con l'aiuto di tutti e per il bene di tutti”.

Autore: Christian Elia
Fonte: Peace Reporter del 26 maggio 2006

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