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di: Alessio Mannucci

Per spingere in avanti la ricerca, gli scienziati devono poter usufruire delle innovazioni, ma come fanno ad operare ricercatori accademici e nonprofit se queste sono coperte da licenze e brevetti? È il conflitto di interessi alla base del'attuale “neo-illiberismo”...

C'è chi finalmente comincia ad invocare un approccio open-source anche alla biologia, per la liberazione dei dati senza violazione dei diritti di proprietà intellettuale. La battaglia tra compagnie biotech come la multinazionale Monsanto, che può concedere o negare l'uso legale dell'informazione biologica, e organizzazioni indipendenti come la Biological Innovation for Open Society, o BIOS, e Science Commons, che chiedono il libero accesso agli aggiornamenti biotecnologici attraverso il web, si inserisce nel più ampio movimento di lotta anti-corporativa e anti-globalizzazione che sta caratterizzando questa epoca.

BIOS è in procinto di lanciare una piattaforma open-source che promette di liberare le sequenze di dna brevettate e l'accesso ai nuovi metodi di manipolazione genetica. Gli utenti dovranno solo seguire le regole di partecipazione stabilite, del tutto simili a quelle giù usate dalla comunità del software open-source. “Ci sono innanzitutto le tecnologie indispensabili per innovare e poi le innovazioni”, dice Richard Jennings, fondatore e direttore della BIOS di Canberra, in Australia, “le innovazioni possono solo venire da un accesso libero alle tecnologie”.

Proprio come nel caso del software open-source, gli utenti della biologia open-source possiedono le licenze delle proprie creazioni ma non possono negare ad altri di usare l'originale informazione sfruttata per sviluppare nuovi prodotti. Ogni miglioramento dei metodi condivisi del BIOS, di Science Commons, o di altre comunità open-source, dovranno essere rese pubbliche, così come ogni nuova cura medica che viene scoperta. La BIOS ha chiamato Brian Hollendorf, CTO di ColabNet, per creare i web tools necessari ad avviare la piattaforma open-source nelle prossime settimane. Ancor più caustico il progetto di Science Commons, figlio di Creative Commons, che intende coprire ogni area scientifica, non solo la biologia, e si appresta a lanciare la sua propria piattaforma.

“Se detieni una licenza e vuoi renderla disponibile dovrai poterlo fare senza dover chiamare un avvocato”, dice John Wilbanks, direttore esecutivo di Science Commons. “Le licenze attraggono investitori, fornendo le risorse necessarie per portare il prodotto al mercato” dice Brigid Quinn, direttore degli affari pubblici all'ufficio delle licenze USA. “Le licenze sono sempre state un importante parte della fabbrica economica di questo paese.” Jennings ritiene invece che “le restrizioni dovute proprio alle licenze hanno compromesso la vita di miliardi di persone che devono poter beneficiare di nuovi test diagnostici o di farmaci e alimenti geneticamente modificati”.

Per esempio, alcuni biologi in Kenya hanno creato una patata dolce geneticamente modificata che consentirà agli agricoltori di usare una minor quantità di fertilizzanti chimici. Se una compagnia detiene il controllo sulla sequenza genetica in questione, le mani degli scienziati sono legate, a meno che non paghino. Le corporazioni che detengono tali licenze non investiranno mai in ricerche che vadano contro i propri interessi. È il conflitto alla base del moderno “neo-illiberismo”.

Sotto un contratto open-source tra scienziati, così come nel software open-source, gli sviluppatori sarebbero invece liberi di usare questi metodi per creare nuovi prodotti, di cui sarebbero anche proprietari, mentre le tecniche e i componenti usati per realizzarli rimarrebbero aperti a tutti. Il che significherebbe libera concorrenza, concetto cardine del liberismo (Adam Smith), significherebbe più bio-prodotti, competizione, micro-mercati, più rapide innovazioni, e soprattutto, dice Jenninngs, “le compagnie biotech perderanno il monopolio sulla creazione di sistemi biologici integrati”.

Gli avversari dell'ipotesi open-source sostengono che rendere pubblici i metodi più avanzati di modificazione genetica potrebbe fornire ad eventuali bioterroristi la conoscenza necessaria per costruire in laboratorio nuovi virus mortali. “La conoscenza biologica, la scienza in generale, può essere usata per il bene o per il male, e purtroppo è più facile creare delle armi letali biologiche che non le difese”, dice David Seagrest, del Center for Strategic and International Studies. La biologia open-source, dicono i suoi detrattori, costituirebbe una grave minaccia alla sicurezza mondiale.

A questi signori, si potrebbe contro-obiettare: ma da dove sono venute, storicamente, le peggiori calamità e le più devastanti distruzioni di massa (Chernobyl, la bomba atomica, stermini e genocidi vari), tutti ad opera di terroristi, sì, ma di Stato. Jennings, tuttavia, distingue tra l'avere libero accesso a componenti biotech e le licenze legali per usarle. Le tecniche per il “biohacking” sono già pubbliche - possono essere trovate nei contratti IP - è solo che non è legale applicarle. “La gente con cattive intenzioni attuerà i suoi piani comunque, che sia legale o meno”.

Drew Endy, assistente professore di biologia al MIT, che per primo ha coniato la frase “open source biology” al Molecular Sciences Institute di Berkeley, riecheggia questa distinzione. “Attualmente, chiunque volesse potrebbe tranquillimante ri-sintetizzare il virus della SARS in un laboratorio casalingo.” Jennings vede la biologia open-source come parte dell'evoluzione scientifica, il prossimo passo logico per la scienza dopo il movimento dell'open access, che grazie a organizzazioni come la Public Library of Science ha reso giornali scientifici disponibili gratuitamente a chiunque su internet. In precedenza, migliaia di dollari sono stati versti annualmente per sottoscrizioni a giornali come Nature o Science.

Oggi, chiunque può mettersi in grado di eseguire gli stessi esperimenti di cui legge su questi giornali online e diventare parte del processo di ricerca, che è collettivo e votato alla condivisione per natura. Endy e Jennings ritengono che la cultura hacker, che ha reso possibile questa evoluzione libertaria, ha ancora molto da insegnare al mondo corrotto della scienza “corporativa”. Questa notizia è stata pubblicata dal periodico “Wired News”.

E-mail: Alessio Mannucci




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