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Effetto serra

Effetto serra: Europa a rischio
Metano nel permafrost marino
Errate le stime di gas serra...
Africa: fermare il deserto
L'Apocalisse Rimandata
Artico, la maxi spaccatura...
Scorte alimenti a rischio
Stato di emergenza 6
Eco-apocalypse (now) 2
Effetto serra: rapporto IEA
Eco-apocalypse (now)
Riscaldamento globale ?
Italia, caldo e boschi
L'Italia scotta
Eco-apocalypse (now)
La verità del ghiaccio 14
Resident evil: extinction
Clima, l'allarme degli scienziati
Il bario causa le alte temperature
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Eco-apocalypse 12
Effetto serra alla sbarra 3
La verità del ghiaccio 13
La verità del ghiaccio 12
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I Poli sotto la lente del Cnr
Aprile più caldo dal 1800
Disastri climatici
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Dementi climatici 2
Effetti del clima mutato
La verità del ghiaccio 7
Oslo, caldo da record
Clima in Nord America
Polo Nord sempre più temperato
La verità del ghiaccio 6
Allarme clima in Groenlandia
Allarme siccità negli Usa
Terra: caldo e siccità estremi
Mutamenti climatici ai tropici
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Un nuovo buco d'ozono
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La verità del ghiaccio 3
Eco-apocalypse 4
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Mediterraneo e effetto serra
Eco-apocalypse 2
Eco-apocalypse
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Ghiaccio/Secco...
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L'artico si sta sciogliendo
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Cozze alle Svalbard
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Una catastrofe innaturale
Piante e mutazioni del clima
I costi dei disastri naturali
Effetto serra e foreste (intro)
Il passato dei gas serra
Effetto serra e artico
Tropici e riscaldamento globale
Effetto serra e incendi forestali
Eco-apocalypse (now)
Eco-apocalypse (now)


di: Alessio Mannucci

Secondo un rapporto segreto del Pentagono, commissionato dall'influente consigliere Andrew Marshall, censurato dai responsabili della Difesa USA e ottenuto dall'Observer, i cambiamenti climatici nei prossimi 20 anni potrebbero portare ad una catastrofe mondiale con milioni di vittime. Il rapporto mette in guardia in particolare le città europee, che rischiano di sprofondare nei mari, mentre per la Gran Bretagna si prevede un clima “siberiano” entro il 2020. Inoltre, conflitti nucleari, siccità di dimensioni spaventose, carestie e sollevamenti popolari in tutto il mondo potrebbero portare il pianeta sull'orlo dell'anarchia, costituendo un grave pericolo per la stabilità mondiale che eclissa quello del terrorismo. “Conflitti e distruzioni diventeranno caratteristiche endemiche della vita”, concludono nel rapporto gli analisti del Pentagono.

Il rapporto è uscito fuori proprio mentre un gran numero di rispettati scienziati e ricercatori accusano Bush di aver censurato tutti gli scientifici che provano la gravità della situazione. Jeremy Symons, un ex funzionario dell'EPA (Agenzia per la Protezione Ambientale) ha affermato che aver censurato il documento per 4 mesi è la riprova del tentativo, da parte della Casa Bianca, di seppellire agli occhi dell'opinione pubblica la minaccia proveniente dai cambiamenti climatici.

La questione del cambiamento climatico “dovrebbe andare oltre il dibattito scientifico interno alle preoccupazioni relative alla sicurezza nazionale USA”, dichiarano gli autori del rapporto, tra cui Peter Schwartz, consulente CIA ed ex responsabile delle pianificazioni al Royal Dutch/Shell Group, e Doug Randall, di Global Business Network, “uno scenario catastrofico imminente, collegato al cambiamento climatico, è plausibile e deve modificare gli obiettivi della sicurezza nazionale statunitense”.

“Bush può ignorare il Pentagono ? È difficile far sparire un documento come questo. L'imbarazzo sarebbe enorme”, ha detto Bob Watson, dirigente del gruppo di ricercatori della Banca Mondiale ed ex responsabile dell'Intergovernmental Panel on Climate Change. “È spaventoso che l'Amministrazione Bush ignori il suo stesso governo, riguardo a questo argomento”, ha affermato Rob Gueterbock, di Greenpeace.

Symons, che ha lasciato l'EPA in segno di protesta per le continue interferenze politiche, sostiene che la censura del documento conferma la stretta vicinanza dell'Amministrazione Bush con le più potenti compagnie petrolifere: “Questa Amministrazione sta ignorando l'evidenza solo per favorire un pugno di grandi aziende nel settore dell'energia e del petrolio”.

Entro il 2020, la scarsità di acqua e di energia sarà “catastrofica” e quasi impossibile da rimediare, sostiene il rapporto. Il risultato sarà far piombare il mondo nella guerra. Gli esperti avvertono che è già successo: 8.200 anni fa, le condizioni climatiche portarono alla distruzione dei raccolti, alla carestia, a tragedie per i popoli e migrazioni di massa. Le conseguenze a valanga di un'accelerazione dei cambiamenti climatici potrebbero creare un caos planetario.

Il rapporto prevede che, già dall'anno prossimo, inondazioni diffuse causate dall'innalzamento del livello dei mari produrranno cambiamenti radicali per milioni di persone; violente tempeste si abbatteranno sulle barriere costiere rendendo inabitabile, ad esempio, gran parte dell'Olanda. Città come l'Aja verranno sommerse dalle acque e dovranno essere abbandonate. Tra il 2010 e 2020, l'Europa sarà la regione più colpita dagli effetti del clima: un rallentamento della Corrente del Golfo, che mantiene temperato il clima del Vecchio Continente, porterà ad un calo di 3,5 gradi centigradi della temperatura media contro 2,8 gradi in meno lungo la Costa Est del Nord-America. Il “Grande Freddo”, in meno di vent'anni potrebbe far apparire iceberg lungo la costa del Portogallo; in Gran Bretagna, nel migliore dei casi, il clima diventerà più freddo e più asciutto: Londra dovrà abituarsi a temperature siberiane.

Quello di un possibile indebolimento della corrente del Golfo è un allarme da prendere sul serio, soprattutto alla luce degli ultimi dati climatologici, che parlano di un incremento delle precipitazioni sul nord Atlantico e di un arretramento record della banchisa artica. Francesco Menguzzo, responsabile dell'Osservatorio del Clima, dice: “Il clima procede normalmente a salti, è sempre avvenuto nella storia del nostro pianeta, quando le pressioni sul sistema hanno superato certe soglie. Oggi queste pressioni sono forti come non mai, e le trasformazioni rovinose sono molto più probabili. Già ora, e non in un lontano futuro, siamo in pericolo per le terribili conseguenze sull'acqua e sul cibo di una avanzante desertificazione, per l'innalzamento del livello del mare e le tempeste che potrebbero sommergere le coste e le isole più basse, per i danni alla delicatissima catena alimentare che sostiene la vita. Nel Mediterraneo, stiamo già fronteggiando le terribili ondate di calore estive, le siccità e le alluvioni. In un futuro molto vicino, potremmo addirittura trovarci, come prospetta il rapporto del Pentagono, con una Europa spaccata in due: un Mediterraneo tropicale e un Nord Europa polare, e nel mezzo un'Europa centrale, compresa l'Italia, spazzata da tempeste di fronte alle quali potremmo trovarci del tutto impreparati. Questo se solo la corrente del Golfo dovesse rallentare o addirittura bloccarsi: un fenomeno non nuovo e altamente distruttivo [...] È necessario prepararsi al peggio, studiando forme di adattamento come la protezione delle coste, la protezione dalle alluvioni, la conservazione dell'acqua per l'irrigazione e gli usi civili e industriali, la creazione di grandi parchi per la conservazione delle specie e della biodiversità, una architettura per difendere i soggetti più deboli dalle ondate di calore, solo per citare alcune misure”.

In Africa, per combattere l'avanzata del deserto, si sta pensando di erigere un muro “verde” lungo 7000 chilometri, dal Senegal a Gibuti. Il progetto della “Grande Muraglia Verde”, nato quasi 3 anni fa, su proposta degli stati del Sahel (CEN-SAD), parte delle iniziative previste nel NEPAD per lo sviluppo sostenibile, è stato discusso recentemente a Saly Portudal (Senegal): dall'incontro è uscita l'idea di creare un’Agenzia Panafricana per le “Grandi Opere dell'Ambiente” con un appoggio finanziario dall'Unione Europea. La messa in opera è stata auspicata per la seconda metà del 2009 e prevede, grazie alla costituzione di comitati regionali scientifici, uno studio di fattibilità che coinvolga direttamente le popolazioni locali stanziate sui territori dove passerà il grande muro verde costituito da alberi, piante e vegetali. Lo ha affermato, davanti a 11 ministri di diversi paesi africani, il presidente senegalese Abdoulaye Wade.

In Brasile, il tasso di deforestazione dell'Amazzonia è tornato ad aumentare. Secondo stime rese pubbliche dal presidente del Brasile, Lula da Silva, risulta che tra il mese di agosto e il mese di dicembre 2007 sono stati abbattuti alberi della giungla amazzonica per circa 9.000 chilometri quadrati. Il ché significa un tasso annuo di deforestazione pari a circa 18.000 chilometri quadrati, con un incremento netto di circa il 35% rispetto all'anno precedente.

La nuova deforestazione interessa soprattutto tre stati (Mato Grosso, Para e Rondonia) ed è causata dalla crescente domanda mondiale di mais, soia e carne. Gli alberi vengono abbattuti prima dagli allevatori, per aumentare la superficie di pascolo, poi arrivano gli agricoltori, che utilizzano le nuove aree sottratte alla foresta pluviale per le loro coltivazioni. Il presidente del Brasile ha deciso di inviare nelle zone a rischio più polizia e più ufficiali per la protezione ambientale.

La deforestazione dell'Amazzonia non si traduce solo in una perdita ambientale ed economica per il Brasile, come ha sostenuto Lula, ma per il mondo intero. Le foreste in generale e la foresta amazzonica in particolare sono elementi strategici nella lotta ai cambiamenti climatici. Nel settore foreste, ci sono due punti critici: uno è l'Africa, che tra il 1990 e il 2005 ha perso – secondo i dati pubblicati dalla FAO – il 9% della sua area forestale; l'altro è l'America Latina, che tra il 2000 e il 2005 ha fatto registrare un tasso annuo di deforestazione pari allo 0,51%, più alto del tasso medio (0,46%) fatto registrare negli anni ’90 del secolo scorso.

Tra il 1990 e il 2005 il mondo ha perduto il 3% delle sue foreste. Il tasso annuale di deforestazione è stato pari allo 0,2%. Ciò significa che in Africa la perdita di foreste è stata tre volte superiore alla media mondiale. In America Latina è stata 2,5 volte superiore alla media mondiale. Mentre in Asia e nelle aree del Pacifico, a partire dal 2000, le aree forestali sono aumentate. A riprova che, con politiche fortemente determinate, “i polmoni del mondo”, gli “scrigni della biodiversità”, potrebbero essere salvaguardati.

La rivista Science ha pubblicato il primo atlante dettagliato dell'impatto umano sugli oceani. Ricercatori di diverse università americane hanno esaminato gli effetti di 17 attività, dalla pesca all'inquinamento al riscaldamento globale, su 20 ecosistemi marini. Una volta determinato come le diverse minacce influiscono su ogni sistema, gli oceani sono stati divisi in “spicchi” di un chilometro quadrato, e per ogni spicchio è stata calcolata l' “impronta ecologica umana”. È emerso che non c'è nessuna area che non risenta di una qualche influenza umana, mentre il 41% è stato classificato come “molto influenzato” e il 5% come “estremamente influenzato”.

Le situazioni più critiche si trovano nel mare del Nord e nelle acque tra la Cina e il Giappone, che nella mappa appaiono completamente rosse, cioè nella peggiore condizione. Nel Mediterraneo, l'impatto è risultato “medio” o “medio alto” dappertutto. A salvarsi, per ora, sono le zone del nord dell'Australia, del Pacifico centrale e intorno ai Poli, anche se in quest'ultimo caso gli scienziati avvertono che il progressivo scioglimento dei ghiacci potrebbe presto peggiorare la situazione. “Dallo studio si capisce che non ci si può occupare di una sola minaccia agli ecosistemi alla volta - spiega Andrew Rosenberg, dell'università del New Hampshire - perché gli effetti dell'uomo si sommano e si peggiorano a vicenda”.

Gli ecosistemi più minacciati nel pianeta sono risultati le barriere coralline, in via di estinzione, ma anche le foreste di mangrovie stanno soffrendo così come le montagne sottomarine. Le attività umane più dannose risultano essere gli effetti del riscaldamento globale, l'aumento delle temperature oceaniche e l'acidificazione delle acque, quelli che hanno un impatto sulle aree più vaste, seguiti a breve distanza dalla pesca industriale.

A causa di tutto ciò, tre quarti delle riserve di pesce per l'alimentazione rischiano di sparire. Lo ha denunciato in un rapporto presentato a Monaco l'UNEP, l'agenzia dell'ONU. “Stiamo avendo sempre più segnali allarmanti dei cambiamenti drammatici degli Oceani - ha spiegato Christian Nellemann, principale autore del rapporto - ci vorranno milioni di anni per rimediare ai danni fatti finora”. Gli effetti principali già in atto sono il riscaldamento e l'acidificazione delle acque, insieme al cambiamento di alcune correnti oceaniche che garantiscono il ricambio delle sostanze nutritive, a danno del 75% delle riserve di pesce del mondo. Il modo migliore per salvare gli ecosistemi, suggeriscono gli scienziati, sarebbe quello di aumentare le riserve marine.

Alla conferenza annuale dell'American Association for the Advancement of Science (AAAS), svoltasi a Boston il 12 febbraio scorso, un pannello di scienziati ha fatto notare come gli oceani si stiano rapidamente trasformando a causa dell'aumento delle temperature e dell'acidificazione delle acque, alterando così la circolazione atmosferica e oceanica. “L'impatto che stanno avendo le profonde modificazioni chimiche, fisiche e biologiche dei nostri oceani”, ha detto Jane Lubchenco, della Oregon State University, “non vengono ancora percepite”. Secondo Gretchen Hofmann, un fisiologo molecolare della University of California di Santa Barbara, “gli ecosistemi degli oceani stanno subendo nuovi stress combinati: l'acqua che si riscalda, la circolazione che cambia e il tasso di acidificazione che aumenta”.

Gli ecosistemi maggiormente colpiti sono le barriere coralline. “Basta l'aumento di uno o due gradi sopra la norma per causare una rottura delle relazioni simbiotiche tra i coralli e le alghe”, ha sottolineato Nancy Knowlton, biologa marina della Smithsonian Institution. Il ché provoca lo sbiancamento dei coralli e ne riduce la crescita.

“Le emissioni di gas serra (che invece di diminuire aumentano, ndr) stanno creando dei drammatici aumenti di anidride carbonica nell'atmosfera che contribuiscono a rendere gli oceani più acidi”, ha detto Scott Doney della Woods Hole Oceanographic Institution. Gli attuali livelli di CO2, calcolati in circa 380 parti per milione, sono già ad un livello che supera del 30% i valori pre-industriali e molti modelli scientifici prevedono che, di questo passo, triplicheranno entro la fine del secolo. “L'acidificazione degli oceani minaccia anche altri organismi calcificanti, come plankton, pteropodi (lumache marine), vongole, ostriche e astici, che costituiscono fonti di cibo e habitat fondamentali per altri organismi”.

Michael Behrenfeld, un oceanografo della Oregon State University, studia le relazioni tra il clima e l'attività globale del fitoplancton, una specie marina composta da diversi tipi di alghe, che è alla base della catena alimentare nella stragrande maggioranza degli ecosistemi acquatici, di tremenda importanza anche per l'uomo poiché la sua fotosintesi produce l'ossigeno che respiriamo. “Usando i satelliti NASA”, dice Behrenfeld, “è possibile tracciare i cambiamenti globali del fitoplancton. Ci siamo resi conto che il riscaldamento degli oceani sta provocando ad una diminuzione della fotosintesi”.

Secondo l'oceanografo americano Charles Moore, nei nostri mari si trovano un centinaio di milioni di tonnellate di rifiuti (prevalentemente plastica). Moore ha scoperto sul fondo dell’Oceano Pacifico, a 500 miglia nautiche dalla costa della California, una immensa discarica che si estende dalle Hawaii al Giappone, grande il doppio degli Stati Uniti. “Secondo l'idea originaria”, dice il ricercatore Marcus Eriksen, della Fondazione per le Ricerche Marine Algalita, “doveva essere un'isola di rifiuti plastici, sopra la quale la gente avrebbe potuto quasi camminare. Ma non è così, assomiglia piuttosto ad una zuppa di plastica”.

L'oceanografo Curtis Ebbesmeyer ha comparato il “pacific trash vortex” ad una entità vivente: “si muove come un grande anima senza guinzaglio”. È un monumento vivente alla follia del genere umano, composto da ogni genere di rifiuti, tenuto assieme dalle correnti marine, che spesso riversa il suo contenuto sulle malcapitate spiagge circostanti ricoprendole di un manto di plastica. “I rifiuti che fluttuano nelle acque vengono spesso mangiati dai pesci”, dice ancora Eriksen, “e finiscono nei piatti che mangiamo”.

Secondo Eriksen, vi sono almeno 100 milioni di tonnellate di spazzatura che circolano nella regione. Circa un quinto dei rifiuti - che comprendono di tutto, palloni, kayak, blocchi Lego, borse - provengono da navi e da piattaforme petrolifere. Il resto dalla terra. Secondo l'Environment Programme dell'ONU, i rifiuti plastici causano la morte di più di un milione di uccelli marini e di più di 100.000 mammiferi marini all'anno. Siringhe, accendini e spazzolini da denti sono stati spesso rinvenuti nello stomaco d questi animali, che scambiano tali oggetti per cibo.

Osservazioni effettuate con il SeaWIFs (Sea-viewing Wide Field-of-view Sensor), in dotazione al satellite della Nasa Seastar, condotte per oltre dieci anni dai ricercatori del National Marine Fisheries Service statunitense, hanno fatto notare che dal 1996 ad oggi le superfici marine prive di vita sono aumentate del 15%, che tradotto in valori assoluti significa circa 6,6 milioni di chilometri quadrati di aree marine senza più vita.

Visto dallo spazio, il mare privo di vita assume un colore blu cupo, contrariamente ai mari dove la vita è presente, che assume un colore verde-clorofilla. Anche in questo caso, il fenomeno della desetificazione degli oceani è da attribuire al surriscaldamento terrestre provocato dall'attività umana, che impedisce alle acque superficiali di raffreddarsi adeguatamente e di sprofondare negli abissi, e non consente in questo modo alle acque profonde più calde e ricche di nutrienti di risalire. Queste sostanze rimangono perciò imprigionate nel fondale restando inutilizzate, mentre in superficie sono indispensabili per i processi vitali marini.

Questo fenomeno, che non sembra arrestarsi o rallentare, provoca ogni anno la desertificazione di 800mila chilometri quadrati di oceani. La situazione appare ancora più grave se si considera che il processo di desertificazione dei mari sta procedendo ad un ritmo fino a 25 volte più veloce di quanto era stato calcolato dagli scienziati attraverso appositi modelli matematici.

Nel Mediterraneo, i problemi principali sono la presenza di specie aliene, la più massiccia del mondo, e l'assenza di trattamenti anti-inquinamento. «Il dato pubblicato sulla desertificazione degli oceani si concretizza in alcune aree del Mediterraneo - dice Silvio Greco, dirigente dell'Istituto Centrale per la Ricerca Applicata al Mare (ICRAM) - soprattutto in quelle meridionali, e in Adriatico si arriva addirittura alla riduzione di produzione primaria del 20%». I dati ICRAM rivelano che circa il 20% delle acque del Tirreno e dell'Adriatico sono desertiche.

II pinguino reale (Aptenodytes patagonicus) è a rischio estinzione. A lanciare l'allarme sono stati alcuni biologi marini del CNRS francese, autori di uno studio pubblicato sui Proceedings of the National Academy of Sciences (PNAS). Yvon Le Maho, Céline Le Bohec, e altri del Dipartimento di Ecologia dell'Istituto pluridisciplinare Curien di Strasburgo, hanno cominciato dieci anni fa a studiare la popolazione di pinguini nell'arcipelago delle isole Crozet, all'estremo sud nell'Oceano indiano. Grazie ad un indicatore elettronico inserito loro sotto la pelle dei pinguini, hanno potuto seguirli nelle migrazioni stagionali, constatando che nella zona dove usano svernare, la fauna marina è in declino, il chè li costringe a viaggiare più lontano per nutrirsi. Due terzi della popolazione mondiale di pinguini reali vive e si riproduce in una zona compresa tra sette gruppi di isole sub-artiche, le colonie più importanti sono alle Falklands/Malvine, le Macquarie, le Heard, le Marion e le Crozet, dove è cominciata la ricerca. Tutte queste colonie sono di fronte allo stesso problema: nel mare c'è sempre meno cibo.

Al polo Sud, in particolare nella zona nord-occidentale, chiamata Penisola Antartica, la temperatura è aumentata negli ultimi 50 anni di circa 2,5 gradi centigradi (media annuale), ovvero cinque volte di più della media dell'intero pianeta. La zona abitata dal pinguino reale non è vicina alla Penisola Antartica, ma il riscaldamento delle superfici marine si sta mostrando anche in tutta la zona sub-antartica. I ricercatori del CNRS hanno messo a punto un modello matematico con cui calcolano un declino del 9% della popolazione adulta di pinguini per ogni 0,26 gradi di aumento di temperatura della superficie marina. Se le previsioni sul clima globale si aggirano su un aumento di 0,4 gradi nei prossimi vent'anni, le chances di sopravvivenza del pennuto reale calano dal 95 all'80%. Insieme al pinguino reale, rischiano l'estinzione anche il pinguino imperiale e i «cugini» più piccoli.

Data articolo: marzo 2008

Link correlati all'articolo:

AAAS

CNRS

ICRAM

SeaWiFS Project

National Marine Fisheries Service

Pacific Trash Vortex (Greenpeace)

Intergovernmental Panel on Climate Change

The world's rubbish dump (The Independent)

First-ever Global Map Of Total Human Effects On Oceans (Science Daily)

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