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a cura del CNR

Arretramento dei ghiacciai, un problema planetario

L'allarme lanciato dall'ultima spedizione del Comitato Ev-K2-Cnr partita alla volta dal Laboratorio Internazionale Piramide, sul versante nepalese dell'Everest, non è che l'ultimo. La preoccupazione per il destino dei ghiacciai del pianeta è ormai generale, stante la convergenza dei dati rilevati nelle aree più distanti e diverse.

In Himalaya, il ‘terzo Polo’ dove se ne concentra la maggior parte, i ghiacciai non polari hanno perso il 50-60% circa del loro volume in un secolo. Si consideri che in queste risorse naturali è conservato il 70% dell'acqua potabile destinata a circa 150 milioni di persone che vivono nell’area (estesa su Afghanistan, Bangladesh, Bhutan, Cina-Tibet, India, Myanmar, Nepal e Pakistan) e, indirettamente, a quasi un miliardo e mezzo di asiatici: la catena himalayana alimenta, infatti, sette tra i più grandi fiumi del continente. Secondo un rapporto del China Geological Survey Bureau, in particolare, i ghiacciai tibetani stanno fondendo al ritmo di circa 130 kmq all'anno, mentre la Japan Society for the Promotion of Science ha rilevato a Changdu, nella parte orientale del Tibet, temperature intorno ai 22 gradi, quasi 2 in più rispetto ai dati di dieci anni fa, con una media in rialzo che potrebbe fondere altri 13mila chilometri quadrati di ghiaccio entro il 2050. “Questi dati confermano come sia nodale il nostro impegno nel monitoraggio climatico e ambientale dell'area asiatica, cruciale per le sorti del pianeta sotto il profilo demografico, socioeconomico e industriale”, osserva il presidente di Ev-K2-Cnr, Agostino Da Polenza.

Ma l'attenzione degli esperti si è soffermata anche su altre zone. Secondo una recente ricerca della Ohio State University, che ha preso come campioni sette ghiacciai intertropicali, controllati per 30 anni da 50 spedizioni scientifiche, negli ultimi 50 anni si è registrata la fusione più significativa degli ultimi cinque millenni e l'arretramento, ad esempio, ha riportato alla luce in Perù piante congelate per 5-6 mila anni. Le precipitazioni nevose sulle montagne del Rwenzori, invece, sono diminuite del 60% negli ultimi 100 anni secondo esperti ugandesi, che prevedono la scomparsa dei massicci glaciali in Africa nel giro di pochi decenni. Il Comitato Ev-K²-CNR, dalla scorsa primavera, ha installato sul Rwenzori una stazione meteorologica a 4.500 m di quota, nei pressi della Punta Margherita.

Rwuenzori“I modelli indicano tempi di sopravvivenza dei ghiacciai del Kilimangiaro, del Rwenzori e del Kenya limitati a pochi decenni, a causa non solo dell’incremento termico ma anche della riduzione di precipitazioni e copertura nuvolosa”, conferma il professor Claudio Smiraglia, presidente del Comitato Glaciologico Italiano, docente all’Università di Milano e socio del Comitato Ev-K²-CNR. “Quanto agli effetti del fenomeno, l'estinzione delle masse glaciali africane creerebbe problemi di approvvigionamento idrico solo a livello locale”.

E in Italia ? Secondo la glaciologa Augusta Cerruti, “nel 2100 la Valle d'Aosta non avrà più ghiacciai”. Mentre “un esempio probante”, prosegue Smiraglia, “viene dalla stazione meteo installata dall'Università di Milano e dal Comitato Ev-K²-Cnr e sul Ghiacciaio dei Forni, in alta Valtellina, che ha fornito dati sul periodo novembre 2006-gennaio 2007, in confronto con lo stesso periodo 2005-2006”. Alla quota di circa 2.700 m si è registrata una temperatura media di -4,23°C, ben superiore ai -10,9 dell’inverno 2005-2006. Spicca anche la differenza fra i due periodi dei gradi giorno (la somma dei valori al di sopra di 0°C ), rispettivamente 225,75 °C e 20,1° C. Da osservare anche che mentre lo scorso anno i giorni con almeno un’ora superiore allo zero erano stati 4, quest’anno si è arrivati addirittura a 17. “Quanto alle precipitazioni nevose, nel 2005 la prima nevicata è stata registrata a ottobre ed è andata a sovrapporsi a un accumulo preesistente di 40 cm, mentre nel 2006 la prima nevicata significativa è avvenuta solo il 20 novembre ed è stata poco più di 10 cm”.

In sostanza, il Ghiacciaio dei Forni ha perso in un secolo il 40% della sua lunghezza, passando da 6 a 3,5 km. Il fenomeno potrebbe avere anche qui conseguenze a livello di risorse idriche e idroelettriche.

Scheda

Data articolo: maggio 2007
Autore: Marco Ferrazzoli
Fonte: Claudio Smiraglia, Comitato Ev-K²-CNR, università di Milano
Phone: +39 02/50315516
E-mail: claudio.smiraglia@unimi.it




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