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di: Alessio Mannucci

La Corte Suprema degli Stati Uniti ha stabilito che l'Agenzia Nazionale di Protezione dell'Ambiente (EPA) e l'amministrazione Bush avevano torto nel rifiutare di considerare inquinanti i gas serra (responsabili del riscaldamento globale).

Su iniziativa del Massachusetts, una decina di Stati, diverse grandi città e una serie di associazioni ecologiste, avevano portato in tribunale l'EPA per costringere l'amministrazione Bush ad adottare una politica ecologica, in particolare per regolare le emissioni di quattro gas a effetto serra, tra cui il CO2, prodotti dalle automobili nuove.

“Dato che i gas a effetto serra entrano nella definizione legale di gas che inquinano l'atmosfera, riteniamo che l'EPA abbia l'autorità legale per regolare le emissioni di tali gas prodotte dalle automobili nuove”, ha risposto la più alta Corte della nazione, in una verdetto emesso con 5 voti a favore e 4 contrari. “I pericoli associati al cambiamento climatico sono gravi e largamente ammessi”, ha aggiunto il giudice Paul Stevens nel motivare la decisione.

“Prenderemo in seria considerazione la decisione della Corte suprema”, ha detto Bush ai giornalisti, “riconosco che l'uomo ha contribuito all'effetto serra”. Ma poi ha aggiunto: “Mi preoccupo della crescita economica. Non soltanto della gente che lavora, ma anche perché per risolvere il problema dei gas serra sul lungo periodo servono nuove tecnologie e queste tendenzialmente sono molto costose”. Dunque, per Bush la crescita economica è più importante della sopravvivenza del pianeta. Ma senza un pianeta in salute, quale crescita economica sarà mai possibile ?

Dall'Europa, che ha aperto ieri i lavori della cinque giorni di studi sul riscaldamento globale, è partita un'altra dura offensiva contro gli Stati Uniti e l'Australia, i grandi inquinatori, che continuano a dimostrare «un'attitudine negativa» (sarebbe meglio dire “criminale”, ndr) nei confronti della lotta all'effetto serra (i due paesi si sono concessi il lusso di non firmare il protocollo di Kyoto, l'accordo entrato in vigore due anni fa con l'obiettivo di ridurre di almeno il 5,2% le emissioni inquinanti entro il 2012 rispetto ai livelli del 1990, perché si preoccupano solo della propria crescita economica). «Ci aspettiamo che gli americani cooperino di più - ha detto il commissario UU per l'Ambiente, il greco Stavros Dimas - è assolutamente necessario che si muovano, e subito».

Non bastano le previsioni catastrofiche che emergono dalla bozza del testo su cui a Bruxelles si stanno consultando 285 delegati di 124 paesi. Inutile sembra anche la profezia di un mondo che fra quarant'anni rischia di non saper come dar da mangiare e da bere a centinaia i milioni di persone. Se anche Washington, responsabile per il 36,1% delle emissioni planetarie, non sale a bordo del treno di Kyoto, lo sforzo degli altri si rivelerà improduttivo. «Il il New England da solo - sottolinea una fonte della Commissione - sprigiona la stessa quantità di biossido di carbonio della Germania».

Rajendra Pachauri, l'indiano che presiede l'IPCC - il pannello intergovernativo sul cambiamento climatico costituito sotto l'egida delle Nazioni Unite - non riesce a farsene una ragione. «Da un punto di vista umano - spiega - la situazione è assolutamente critica». Il testo di lavoro sul tavolo degli esperti di Bruxelles, la cui pubblicazione è attesa per venerdì, parla di «rifugiati ambientali», gente che sarà costretta a migrare per evitare carestie e inondazioni, e di guerre ecologiche provocate dalle drammatiche condizioni di vita causate dal mutamento delle stagioni.

L'Europa si sente, sinora, come la prima della classe. Dimas ricorda che l'impegno preso in marzo dai governi UE per una riduzione del 20% delle emissioni entro il 2020 è stato stimolato anche dalla brutalità dei contenuti del rapporto diffuso in marzo dall'IPCC. I Ventisette non possono però farcela senza che lo sforzo sia generalizzato. Jean-Marc Jancovici, consigliere strategico del governo francese, sostiene che la via più rapida sia l'uso della leva fiscale. «Bisogna aumentare del 5-10% l'anno il prezzo dell'energia per i consumatori - è la sua ricetta - e con i ricavati lo stato potrà sovvenzionare la ricerca e le nuove infrastrutture che occorrono per imbrigliare l’effetto serra».

A mali estremi, estremi rimedi. Non ci sono alternative. La catastrofe climatica non è futura, è già adesso. Firmare, e rispettare, il protocollo di Kyoto, non può essere considerata un'opzione, specie per quei paesi che sono tra i maggiori responsabili dell'inquinamento. Deve essere un obbligo.

Data articolo: aprile 2007

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