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di: Alessio Mannucci

Un'inchiesta del Financial Times sugli scambi di quote di emissione derivanti da interventi per la riduzione della CO2 nelle produzioni industriali ed energetiche, parla di “cowboys del carbonio”: in sostanza, c'è chi approfitta della nuova attenzione al clima per fare soldi, chiedendo sovrapprezzi per introdurre tecnologie pulite che costano molto meno di quel che si esige dai consumatori, o per processi di ammodernamento che sarebbero stati comunque effettuati e già messi in bilancio; oppure, ci sono crediti venduti due, tre, quattro volte, che testimoniano riduzioni di gas serra mai avvenute. I “cowboys del carbonio” sarebbero proprio questi commercianti di crediti di emissione, che fanno conto su riduzioni di gas serra avvenute solo sulla carta e non corrispondenti a tagli reali.

Scrive il Financial Times: “Si prevede che il mercato regolato dei crediti di carbonio dovrebbe raddoppiare in valore, arrivando a 50 miliardi di euro entro il 2010, con il settore non regolato che invece dovrebbe salire a 4 miliardi nello stesso periodo”. Ci sono “numerosi casi di persone e organizzazioni che comprano crediti di nessun valore che non attestano nessuna riduzione nelle emissioni di carbonio”. E ancora: “compagnie industriali che approfittano della situazione guadagnando crediti di emissione sulla base di miglioramenti nell'efficienza dai quali hanno già ampiamente e sostanzialmente beneficiato”, “brokers che offrono servizi per la riduzione dell'anidride carbonica di discutibile o nessun valore”.

Ad esempio, la compagnia chimica DuPont invita i consumatori a pagare 4 dollari per eliminare una tonnellata di carbonio dal suo stabilimento nel Kentucky che produce un potente gas serra, l'HFC-23 (trifluorometano, usato per impianti di spegnimento chimico, ndr), ma gli impianti per ridurre questi gas sono relativamente poco costosi. L'americana Blue Source, invece, invita i comnsumatori a contribuire alla riduzione delle emissioni di carbonio investendo nell'Enhanced Oil Recovery, con la quale si pompa anidride carbonica in pozzi petroliferi esauriti per portar fuori il petrolio rimanente. Però Blue Source precisa che a causa degli alti prezzi del petrolio questo processo è redditizio in sé, e che quindi gli operatori fanno extraprofitti vendendo crediti d'emissione per aver sepolto anidride carbonica.

L'inchiesta rileva dunque “una carenza di verifiche che rende difficile per chi ne compra attestare il vero valore dei crediti di carbonio”. Emergono serie preoccupazioni circa la credibilità nel mercato dei permessi di emissione: “la polizia, i servizi antritruffa e i regolatori di borsa dovranno occuparsene”, ha detto al Financial Times Francis Sullivan, consigliere ambientale della HSBC, la più grande banca britannica, “altrimenti l'opinione pubblica perderà fiducia nei meccanismi di Kyoto”.

Data articolo: aprile 2007

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E-mail: Alessio Mannucci




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