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Eco-crimini 2
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di: Alessio Mannucci

Il Consiglio dei Ministri ha dato il via libera al Disegno di Legge sugli eco-reati. Il provvedimento, in linea con la direttiva “eco-crimini” dell'UE, è stato presentato dai Ministeri dell'Ambiente e della Giustizia, Alfonso Pecoraro Scanio e Clemente Mastella, e dà al governo la delega per il riordino, il coordinamento e l'integrazione della relativa disciplina. Si prevedono multe fino a 250 mila euro e carcere fino a un massimo di dieci anni, più le aggravanti per i “crimini ambientali”. Inoltre, viene introdotto nel codice penale il reato di “ecomafia”, sollecitato da diversi importanti giuristi. Ora è importante che il Parlamento lo approvi rapidamente. Per una volta, potremmo addirittura anticipare l'Europa, adeguandoci a Paesi come la Francia, la Germania, la Spagna. Data la situazione attuale in tema di crimini ambientali e il peso delle ecomafie nel nostro paese, si tratterebbe di una vera e proporia rivoluzione.

Nell'agosto 2004, “The Lancet Oncology”, una tra le prime riviste scientifiche al mondo, ha pubblicato uno studio di Alfredo Mazza, giovane ricercatore napoletano di Fisiologia clinica in forza al CNR di Pisa, intitolato “Il Triangolo della Morte”, riferito al territorio compreso tra i comuni di Nola, Acerra e Marigliano, nel napoletano, nei quali si muore di tumore con una frequenza ben più alta che nel resto d'Italia. A dimostrarlo sono le statistiche degli ultimi anni: in questa zona, abitata da oltre mezzo milione di persone, l'indice di mortalità per tumore al fegato ogni 100 mila abitanti sfiora il 35.9% per gli uomini e il 20.5 per le donne, rispetto a una media nazionale che è del 14. La mortalità è decisamente più alta che nel resto d'Italia anche per quanto riguarda il cancro alla vescica, al sistema nervoso e alla prostata.

Secondo lo studio del dottor Mazza, l'anomalo indice di mortalità per cancro è conseguenza diretta dello smaltimento illegale dei rifiuti nelle discariche abusive della zona, che in vent'anni hanno sepolto sostanze cancerogene e radioattive che riemergono rientrando nella catena alimentare: dai sali di ammonio ai sali di alluminio, dal piombo ai copertoni che bruciano e sviluppano sostanze cancerogene. Sepolte in questa zona, ci sarebbero anche sostanze radioattive provenienti da rifiuti speciali ospedalieri. Il tutto finisce sul territorio e dunque sull'erba dove pascolano le pecore: un vero killer per l'ambiente. Gli effetti tossici sull'uomo sarebbero di due tipi: malformazioni fetali fino al mancato sviluppo di un organo, oppure sviluppo di tumori, sia negli adulti che nei bambini. Gli organi colpiti sono i più sensibili del corpo: vescica, fegato e stomaco, dove c'è maggiore probabilità che la sostanza tossica entri all'interno della cellula. Tra i 20 e i 40 anni, il rischio leucemie e linfomi, dunque, risulta più elevato.

È inoltre costante il pericolo diossina, che si trova in quasi tutte le sostanze che vanno in combustione o che vengono sottoposte a processo di degradazione. La diossina si fa sentire soprattutto sul fronte delle falde acquifere: sono 79 i pozzi artesiani chiusi tra il 2002 ed il 2004 per inquinamento, con danni sia per l'agricoltura sia per gli allevatori. Col passare del tempo, la situazione non è migliorata. Più recentemente, il 5 febbraio 2006, molti capi di bestiame sono stati trovati morti avvelenati. Le autopsie effettuate sugli animali hanno indicato la presenza di diossina nel cibo e nell'acqua come causa della morte. Al momento, gli unici studi esistenti sull'argomento sono una relazione tecnica del comune di Acerra, risalente al luglio 2003, nella quale si afferma che il livello di diossina sul territorio è di ben 53 picogrammi per metro quadrato (un valore quattro volte superiore al limite consentito), mentre, una serie di analisi effettuate dall'Istituto Mario Negri di Milano, hanno mostrato un’elevata concentrazione di diossine nel latte ovino locale. Negli ultimi anni è insorta anche la Coldiretti per difendere un territorio ancora libero da OGM e in grado di soddisfare la crescente richiesta di cibi “sicuri”. Di fronte a tutto ciò, la politica locale arranca, mentre la camorra imperversa.

Il 6 settembre è stato scelto da GAIA (Global Alliance for Incinerators Alternatives) per protestare contro l'incenerimento dei rifiuti. In Italia hanno aderito Greenpeace e la Rete Italiana per la Lotta agli Inceneritori. L'incenerimento dei rifiuti (nobilitato dal recupero energetico e rinominato “termovalorizzazione”), in Italia è sovvenzionato dallo Stato, che considera la termovalorizzazione una “fonte rinnovabile”, violando apertamente la direttiva europea in materia (2001/77/CE). Per questo, l'Unione Europea ha avviato una procedura d'infrazione contro il nostro Paese. Gli obiettivi UE prevedono una riduzione del 20% di anidride carbonica e di consumo di energia elettrica entro il 2020. La direttiva, che sarà emanata il prossimo settembre, avrà valore obbligatorio e vincolante, pena una citazione degli inadempienti alla Corte di Giustizia.

Mentre di tutto questo si discute a Bruxelles, sul tacco d'Italia, impolverato da ogni genere di inquinante, diossina compresa (come a Seveso), ci si arrovella sul modo per eludere i vincoli e i piani di avvicinamento a Kyoto (entro il 2012, il 6,5% in meno delle emissioni di anidride carbonica). Tra i dodici impianti italiani che producono più anidride carbonica, responsabile dell'effetto serra e dunque del surriscaldamento del Pianeta, il podio è tutto pugliese, primo, secondo e terzo posto. Nell'ordine: centrale termoelettrica ENEL di Brindisi sud (15.340.000 tonnellate l'anno di CO2); Ilva di Taranto (11.070.000); centrali termoelettriche Edison di Taranto (10.000.000). I dati sono del 2005, raccolti dall'EPER (European Pollutant Emission Register) e dall'INES (Inventario Nazionale delle Emissioni e Loro Sorgenti), cioè l'organismo europeo e quello statale. La stessa EPER, nel 2002, aveva reso noto che, degli 800 grammi di diossina che finiscono nell'aria europea ogni anno, 71 escono dagli impianti dell'Ilva (pari all'8,8% del totale europeo e al 30,6 di quello italiano). L'anno prima, lo stesso organismo aveva citato in un dossier ancora l'Ilva per il monossido di carbonio (10,2% del totale) e l'Enipower di Brindisi (13,7% delle emissioni di zinco).

Il professor Giorgio Assennato, direttore generale dell'Arpa (Agenzia Regionale per la Protezione Ambientale) Puglia, nominato dalla nuova giunta di centrosinistra, ha trovato, nelle zone più critiche, controlli praticamente inesistenti e un personale ridotto all'osso (una ventina di persone a Brindisi e Taranto, l'asse critico). L'assessore all'Ambiente Michele Losappio, di Rifondazione Comunista, riassume: “L'Arpa aveva 200 dipendenti scarsi quando la pianta organica ne prevede 800. Stiamo provvedendo a completarla”. E sono stati anche stanziati 3 milioni di euro per iniziare il lavoro. Che si annuncia complicato. Il bresciano Emilio Riva, il proprietario dell'Ilva, ha invocato uno studio del CNR per quanto riguarda la diossina. E ha minacciato un taglio di 4.000 dipendenti (su circa 12.000) nel caso debba rispettare Kyoto e ridurre il carico inquinante. Lo hanno assecondato, e l'anidride carbonica, dice il governo, sarà tagliata altrove. E così l'Ilva è passata in breve da 6 a 10 milioni di tonnellate di acciaio prodotto. Riva, che è stato costretto a chiudere, dopo una lunga battaglia ambientalista, il suo stabilimento a Cornigliano (Genova), conta di trasferire i reparti che producono “a caldo” - i più pericolosi - in Puglia: altre 2,5 milioni di tonnellate. Questo Riva sta collezionando condanne per inquinamento. L'ultima è di metà febbraio: tre anni in primo grado più l'interdizione dall'attività industriale per lo stesso periodo. Il ricatto occupazionale e la scarsa sensiblità ecologica lo hanno reso particolarmente odioso alla parte più dura dell'ambientalismo. L'Ilva chiede di costruire una nuova centrale termoelettrica da 600 megawatt. In cambio, dovrà chiudere quella obsoleta che sta dentro i suoi confini (tre quinti del territorio comunale, 15 milioni di metri quadrati) gestita dalla Edison.

Alessandro Marescotti, di Peacelink, ricorda i tempi in cui i suoi amici neopatentati che abitavano ai Tamburi (il quartiere più vicino allo stabilimento) si presentavano orgogliosi con auto nuove fiammanti la cui carrozzeria veniva corrosa dopo pochi mesi. Difetti di fabbrica ? No, inquinamento. Era trent'anni fa. E poi quel cielo che azzurro non è mai, nonostante la latitudine, e ha sempre tutte le sfumature cromatiche del rosso di giorno per virare sul giallo di notte, quando due torce sempre accese segnalano che la produzione continua. Marescotti sottolinea come, dati Arpa (tra i pochi che ci sono), i picchi di inquinamento si registrano proprio tra le 2 e le 3 del mattino. Si è potuto stabilire con una certa approssimazione che ogni abitante si fuma, “anche se non è un tabagista”, il corrispettivo di sette sigarette al giorno. Stando all'ultimo rapporto APAT (Agenzia di Protezione dell'Ambiente) 2006, il 93% dell'inquinamento deriva dall'industria e solo il restante 7 da emissioni civili: la percentuale più sbilanciata d'Italia. Taranto è ultima, secondo la classifica del Sole 24 Ore, in quanto ad ambiente. I 1.200 decessi annui per neoplasie (tumori) la collocano nettamente sopra la media nazionale. Non a caso, è stata dichiarata città ad alto rischio ambientale. Sono nove gli impianti critici, e in mezzo a tanto degrado si discute pure su un rigasificatore da collocare nel Golfo. C'è chi ha descritto uno scenario apocalittico, adattando a Taranto un'ipotesi prevista da Piero Angela nel suo ultimo libro: ammettiamo che una nave metanifera che trasporta 125 mila metri cubi di gas liquefatto si spezzi per un incidente, come ad esempio la collisione con un sottomarino (è successo a Barcellona nel 2002); il gas si espande, evapora, forma una nube di metano che a contatto con una scintilla esplode, avrebbe la forza di un megatone, come un milione di tonnellate di tritolo. Ci sarebbero decine di migliaia di morti. E ancora peggio andrebbe se fosse coinvolto un sottomarino nucleare.

L'assessore al Turismo Massimo Ostilio, dell' UDEUR, usa la terminologia che gli era familiare quando era sottosegretario alla Difesa: “Circa l'ambiente, abbiamo bisogno di una exit strategy. E bisogna seminare subito se vogliamo raccogliere qualche frutto tra dieci anni”. Exit strategy, come se si trattasse di una guerra. Il suo collega Losappio cerca di tracciare una strategia realista: “Abbiamo ereditato una Puglia che è, con tutta evidenza, il tacco nero d'Europa. Farlo bianco sarà impossibile. Vediamo almeno di renderlo grigio”.

Lo scorso giugno, nella rivista E&P (Epidemiologia e Prevenzione), sono stati pubblicati dati preoccupanti relativi all'inquinamento da diossina: da una parte, dimostrano che non è così semplice collegare l'inquinamento dell'ambiente con i casi di tumore che si registrano in un dato territorio; dall'altra, dimostrano che esiste una maggior incidenza di particolari tipi di neoplasie (i sarcomi dei tessuti molli in particolare) nella popolazione femminile residente in aree del veneziano, in cui c'è stata una particolare esposizione alle diossine provenienti da fonti industriali e da inceneritori; dimostrano, infine, che è possibile effettuare, in tempi brevi, studi epidemiologici di tipo geografico, attingendo agli archivi elettronici sanitari e a quelli contenenti stime di inquinamento ambientale.

Per capire meglio, bisogna fare un passo indietro, al 2002 per l'esattezza. Nel giugno di quell'anno, la Provincia di Venezia presenta uno studio, effettuato dalla ditta Florys, che traduce su una carta geografica quanto è stato riversato nell'ambiente da 1500 punti di emissione, dal 1962 al 2000. E anche dove sono finite le sostanze uscite dai camini, tenendo conto dei venti. Per ogni decennio, quindi, è possibile conoscere le concentrazioni al suolo di diossine, furani, CVM (Clorulo di Vinile) e altri veleni. Provincia e Comune di Venezia, a quel punto, hanno chiesto all'ULSS 12 di effettuare un'indagine epidemiologica per scoprire eventuali correlazioni con alcune malattie. Roberta Tessari, Cristina Canova, Fabio Canal, Sergio Lafisca, Andrea Inio, Bruno Murer, Vincenzo Stracca, Mauro Tollot e Lorenzo Simionato, dell'ULSS 12 e dell'Università di Padova, hanno condotto la loro ricerca, pubblicata sul n. 3 (maggio-giugno) del 2006 di E&P. In particolare, è stato preso in considerazione il periodo 1980-1990: essendo in funzione l'inceneritore di Sacca Fisola, la maggiore fonte di inquinamento da diossine, risultava essere il più significativo. Grazie al Sistema Epidemiologico Integrato (SEI) predisposto dall'ULSS 12, sono stati individuati, verificati e localizzati sul territorio i casi di sarcoma dei tessuti molli (STM) dal 1987 al 2004: in tutto 188 casi. Di questo particolare tipo di tumore, si conosce il collegamento con l'esposizione a diossine. Sono stati considerati anche i “linfomi non Hodgkin” (773, sempre collegabili alle diossine) e i “linfomi di Hodgkin” (142, non influenzati dall'esposizione a diossine); infine, la somma di tutti i tumori (24.185). Sono stati infine considerati, in base alle statistiche per sesso ed età, i casi attesi di quelle determinate patologie.

Nelle zone con più alto inquinamento, tra le donne si sono osservati 22 casi di STM, mentre se ne attendevano 12,99 (pari a un Rapporto Standardizzato di Iincidenza - RSI - di 1,69, definito «statisticamente significativo»). Quello che non quadra è che anche i linfomi di Hodgkin (che erano stati inseriti nella ricerca come controllo) sono risultati 16 invece che 7,89 (RSI = 2,03), sempre nella popolazione femminile. Ma questo tipo di tumore non dovrebbe essere influenzato dall'esposizione a diossine. I linfomi non Hodgkin, sempre tra le donne, sono risultati 58 anziché 45,24 (RSI 1,28), senza «raggiungere però il livello di significatività». «Dall'insieme dei risultati - conclude la ricerca - non appare una consistente indicazione che vi sia un incremento della neoplastica correlabile all'esposizione a diossine così come è stata stimata». Ma si dice anche che «l'eccesso statisticamente significativo per gli STM nel gruppo di donne residenti nell'area a maggior inquinamento stimato lascia aperta la possibilità di un ruolo determinante dell'esposizione a diossine. Eccessi di questa natura sono stati infatti descritti in altri studi e potrebbero essere associati a condizioni metaboliche sesso specifiche». Rimangono degli aspetti problematici: il luogo di residenza non dice dove le persone trascorrono la maggior parte del loro tempo. Forse le donne casalinghe, da questo punto di vista, sono più “fedeli” frequentatrici della propria abitazione. Che sia per questo che le donne sono il gruppo più colpito dai sarcomi dei tessuti molli ?

Le diossine, i furani e i PCB sono tre dei dodici inquinanti organici persistenti (Persistent Organic Pollutants - POPs) riconosciuti a livello internazionale dall'UNEP. I POP sono composti organici caratterizzati da elevata lipoaffinità, semivolatilità e resistenza al degrado. Queste caratteristiche rendono tali sostanze estremamente persistenti nell'ambiente e in grado di essere trasportate per lunghe distanze. In condizioni ambientali tipiche, esse tendono alla bioconcentrazione, raggiungendo pertanto concentrazioni potenzialmente rilevanti sul piano tossicologico. A causa delle loro caratteristiche tossiche, queste sostanze rappresentano una grave minaccia per la salute umana e per l'ambiente.

In località Bellolampo, proprio sopra Palermo, si vorrebbe installare un termovalorizzatore. A Palermo, la fonte maggiore dell'inquinamento è il traffico (anche dalla combustione della benzina e del diesel vengono prodotte delle diossine). L'Agenzia Europea dell'Ambiente ha stabilito per ogni composto chimico il fattore di emissione: per ogni litro di benzina/diesel venduta si sa quanti inquinanti si producono: 43 pg (picogrammi) di diossina per ogni litro di benzina e 48 pg di diossina per ogni litro di diesel. Nella provincia di Palermo vengono vendute ogni anno 267.024 t di benzina e 189.364 t di diesel. Se a questo aggiungessimo la quantità di diossina emessa dall'inceneritore di Bellolampo ogni giorno nell'aria, otteniamo un totale di 137.000.000 pg al giorno, ovvero un aumento del 143% di diossine giornaliere nell’aria di tutta la provincia di Palermo (senza considerare l'impatto disastroso che avrebbe sulla sola città di Palermo, dove si concentra il traffico automobilistico).

Gli inceneritori rilasciano diossine che appartengono ad una classe di circa 30 composti formati da cloro e da idrocarburi. Sono tra le sostanze chimiche più tossiche e meno biodegradabili nel tempo. Il composto più tossico è la Tetra Cloro Dibenzo para Diossina (TCDD). La tossicità è a livello di picogrammi (1 pg = 1 miliardesimo di milligrammo). La quantità emessa dipende dalle tonnellate di rifiuti inceneriti, quindi dal volume di fumi emessi. Nel caso del previsto inceneritore di Bellolampo (1650 ton/giorno) il volume sarebbe di 10.011.600 m3 /giorno. Se l'impianto rispettasse il limite di legge di 100 pg/m3 la quantità giornaliera di diossina ammonterebbe a 1.001.160.000 pg. Tenuto conto che, secondo l'OMS, la dose giornaliera tollerabile per l'uomo è di 2 pg/kg, per un adulto di 70 kg si tratterebbe di 140 pg. Pertanto, la quantità di diossina che sarebbe emessa giornalmente dall'inceneritore di Bellolampo equivalrebbe alla dose tollerabile di 7.151.142 di persone adulte, cioè più di 10 volte la popolazione della città di Palermo.

La diossina, anche se inizialmente dispersa nell'ambiente, si accumula progressivamente nell'ambiente e prima o dopo ce la troviamo negli alimenti, in particolare nella carne, pesce, latticini, latte, compreso quello materno. Quindi è più corretto, ai fini della protezione della salute, valutare la quantità di diossina emessa nel tempo rispetto alla sua concentrazione nei fumi. Tenuto conto che, secondo i limiti dell'OMS, la quantità di diossina depositabile giornalmente su di un metro quadrato di terreno dovrebbe essere di circa 3.4 pg, quella emessa dall'inceneritore di Bellolampo avrebbe bisogno, per il rispetto di tale limite, di una superficie di oltre 295 km2.

Ma l'incenerimento dei rifiuti produce un vantaggio energetico ? NO. L'energia che si ottiene dalla combustione dei rifiuti è circa 3-4 volte inferiore di quella necessaria a produrre i materiali di origine ed ha costi elevati, tanto che, se non fosse incentivata con denaro pubblico (certificati verdi, 7% bolletta luce), non avrebbe mercato. Termovalorizzatore, quindi, è un termine errato, solo italiano, per indicare un inceneritore di rifiuti. Gli inceneritori producono diverse sostanze, alcune delle quali sono notoriamente dannose per la salute: ossidi di azoto, anidride solforosa, polveri fini ed ultrafini, Idrocarburi Policiclici Aromatici (IPA), Furani e Diossine (TCDF/TCDD). Le polveri fini (PM<2.5) e quelle ultrafini (PM<0.1) non sono abbattute né misurate. Dati recenti dell'Organizzazione Mondiale della Sanità dicono che le PM2.5 sono responsabile di un calo di vita medio di 8.6 mesi in Europa e di 9 mesi in Italia. Se si rispettassero i limiti di legge si risparmierebbero 80.000 morti premature in tutta Europa (12.000 in Italia), guadagnando 1.600.000 anni di vita in tutta Europa (170.000 in Italia). Il risparmio sarebbe di 161 miliardi di euro per malattia in Europa (29 miliardi in Italia) oltre che 23 miliardi di euro per mortalità (5 miliardi in Italia).

“Se la Puglia, Brindisi in particolare, è diventata il “pozzo” nero d'Italia, ciò è dovuto alla mancanza di controlli e alla totale libertà lasciata all'Enel di stabilire autonomamente il tipo di combustibile, la quantità bruciata, il livello delle emissioni. Noi, sicuri di interpretare il pensiero di tutta la cittadinanza, chiediamo con forza una drastica e non simbolica riduzione del consumo di carbone, principale responsabile di un diffuso inquinamento e di un spietato attacco alla salute dei cittadini». Gli ambientalisti del brindisino accusano l'ENEL: «La Società cerca di nascondere il reale problema principale, divenuto di dominio nazionale: il folle consumo di carbone. La convenzione firmata nel 2003 ha permesso, tra l'altro, all'ENEL, di aumentare a dismisura il consumo di carbone e quindi la produzione energetica, senza che a ciò sia corrisposto l'aumento dell'occupazione, tutt'altro». Gli ambientalisti contestano in particolare la nuova convenzione: «Non dovrà né potrà esserci firma di alcuna convenzione, se prima non si raggiunge l'obiettivo di ridurre la produzione di CO2, principale responsabile del riscaldamento globale. Occorre riferirsi a quella del 1996, che stabiliva chiaramente il tetto del consumo di carbone a 2,5 milioni di tonnellate/anno».

Brindisi, assieme a Taranto, rappresenta la maglia nera delle emissioni di gas serra che alterano e inquinano l'intero continente. Il Comitato 8giugno chiede che gli organi pubblici preposti dicano lo stato dell'inquinamento ambientale, la situazione epidemiologica e delle neoplasie aggiornata, la compatibilità di otto milioni di tonnellate che si movimentano e bruciano nel territorio e dei relativi residui (polveri, ceneri e gessi) con la sostenibilità ambientale e sanitaria dell'area dichiarata a rischio. Nella quale, l'enorme quantità di carbone costituisce la fonte certamente più inquinante. Inoltre, il Comitato 8 giugno, favorevolissimo alla sostituzione delle fonti energetiche inquinanti con quelle pulite e rinnovabili, chiede quali siano le istituzioni pubbliche che regoleranno tale auspicata sostituibilità.

A dare manforte alle associazioni ambientaliste ci ha pensato Beppe Grillo, giunto a Tarquinia per portare la sua solidarietà al movimento No Coke, che protesta con uno sciopero della fame contro la riconversione a carbone della centrale di Torre Valdaliga Nord: «Parlano di carbone pulito, desolforizzatlo, che imprigiona la CO2. Sono tutte balle ! Prendono il carbone dalla Cina, dove muoiono 6mila persone l'anno per cavarlo, poi allargano i porti per far entrare queste navi di carbone. Stanno delirando !». La disinformazione e la distorsione della verità è stato il filo conduttore dell'intervento di Grillo, che ha accusato l'ENEL di convertire le centrali a carbone e «fare politica ambientale nelle scuole». E poi ha aggiunto: «ENEL ed ENI vogliono farci credere che siano ancora aziende di Stato. L'Ente Nazionale Idrocarburi ha prodotto 9,2 miliardi di euro di utili. Se un'azienda di Stato fa un utile lo ripartisce sulle bollette, le bollette quindi dovrebbero calare. Ma invece sono aumentate, così come sono aumentate la benzina, il costo dell'energia e quello delle case. Allora i 9,2 miliardi di utili a chi sono andati ?». Riguardo l'utilizzo del carbone, è stato più che esplicito: «È inutile investire su qualcosa cosa che fra 70 anni non ci sarà più. Il futuro sono il sole, il vento e l'acqua». Grillo ha poi esortato i No Coke e gli abitanti di Tarquinia a seguire l'esempio di altri paesi, come la Germania, in materia di produzione energetica: «Voi siete un comune piccolo - ha affermato - potete produrvi energia da soli con le fonti alternative e addirittura venderla senza dover sottostare a monopoli e all'inquinamento.Ora bruciano il carbone, tra poco passeranno a bruciare anche i rifiuti».

Oltre a Beppe Grillo, nell'aula consiliare di Tarquinia sono intervenuti il Presidente nazionale di Legambiente, Roberto Della Seta, e quello regionale, Lorenzo Parlati: «Chi si sta battendo a Tarquinia ex Civitavecchia contro le centrali a carbone porta avanti anche una battaglia globale contro i mutamenti climatici che stanno già colpendo la salute dei cittadini e l'economia - ha detto Roberto Della Seta - l'ENEL e i livelli politico-istituzionali, che hanno autorizzato e sostengono la riconversione a carbone, curano solo i loro interessi, calpestando l'interesse generale. Se la centrale di Torre Valdaliga Nord sarà riconvertita a carbone si emetteranno in atmosfera 9.700.000 tonnellate annue di CO2 per produrre 2.000 MW. Con il gas, invece, le emissioni prodotte si ridurrebbero a meno della metà, circa 4.084.210 tonnellate». Per quanto riguarda la proposta di riconversione a carbone della centrale termoelettrica di Civitavecchia, è stato nominato un gruppo di tecnici che dovrà individuare le zone adatte a eseguire i rilevamenti e gli agenti inquinanti su cui concentrare l'attenzione, sfruttando la rete di rilevazione già esistente sul territorio di Civitavecchia.

Solidarietà ai No Coke è arrivata anche da Greenpeace, che sottolinea come il carbone sia il combustibile fossile con le più alte emissioni dei gas serra, e come la conversione a carbone della sola centrale di Civitavecchia farà schizzare le emissioni di anidride carbonica a circa 10 milioni di tonnellate all'anno, portando la percentuale di carbone utilizzato per la produzione nazionale di elettricità dal 17 al 21% circa. «Il carbone pulito non esiste. L'ENEL sta facendo da mesi una campagna pubblicitaria ingannevole, informando i cittadini su alcuni investimenti nelle rinnovabili e tacendo invece in merito ad altri ingenti investimenti sul carbone in Italia», denuncia Francesco Tedesco, Responsabile della Campagna Clima ed Energia di Greenpeace. Autorizzare la conversione a carbone degli impianti di Civitavecchia e Porto Tolle significa andare contro la logica del Protocollo di Kyoto e, in definitiva, annullare gli effetti positivi delle politiche messe in atto per contrastare il riscaldamento globale, la più grande emergenza ambientale del pianeta. «In Italia esiste un rischio reale di ritorno al carbone: oltre a Civitavecchia, anche le centrali di Porto Tolle, Rossano Calabro, Vado Ligure e Fiumesanto rischiano di essere convertite a carbone e l'Enel è in prima linea in questa folle marcia». ricorda Tedesco. «La gravità del cambiamento climatico impone scelte coraggiose da subito: spazio per il carbone non c'è, il Paese non ha bisogno di nuove centrali, ma di utilizzare meglio l'energia che già viene prodotta».

In “Petrolkimiko - Le voci e le storie di un crimine di pace” (Baldini e Castoldi, 1998), Gianfranco Bettin ha raccolto scritti di vari autori che raccontano le storie di operai esposti al CVM, la storia di Gabriele Bortolozzo, cui si deve molta dell'opera di pubblica sensibilizzazione al problema, e l'atto con cui il Procuratore della Repubblica di Venezia, Felice Casson, chiede il 16 ottobre 1996 il rinvio a giudizio dei dirigenti della Montedison, che aveva nel polo petrolchimico di Porto Marghera i suoi impianti di produzione di CVM e PVC. La tesi di fondo dell'accusa mossa alla dirigenza Montedison è stata quella di aver volutamente sottovalutato gli effetti tossici del CVM, nonostante questi fossero stati già acclarati e resi noti all'azienda sin dal 1972, e di non aver destinato successivamente sufficienti risorse per la tutela della salute dei lavoratori, della popolazione esterna agli impianti e dell'ambiente circostante. Il processo si chiuse con una sentenza di assoluzione lasciando uno strascico di polemiche e di profonda amarezza tra i familiari degli operai morti di cancro e le comunità della zona. Prendendo spunto dal libro di Bettin, Marco Paolini ha tratto nel 2002 lo spettacolo teatrale “Parlamento Chimico”, dedicato all'intera vicenda. Il 15 dicembre 2004, il processo d'appello modifica la sentenza emessa in primo grado riconoscendo molti degli imputati colpevoli di omicidio colposo; sentenza a cui non seguirà condanna per via dell'avvenuta prescrizione.

Data articolo: aprile 2007
Fonti: "La Puglia dei Veleni", Gigi Riva, L'Espresso; Il Triangolo della Morte, C.R., http://www.rassegna.it

Link correlati all'articolo:

APAT

The Lancet

INES - EPER

ArpaPuglia.it

Diossina - Wikipedia

nocoke.org, no al carbone a Civitavecchia!

Comitato allarme rifiuti tossici in Campania

Global Alliance for Incinerator Alternatives

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