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a cura di Nuovi Mondi Media

di Sujatha Byravan e Sudhir Chella Rajan

Il paradosso del riscaldamento globale è che coloro che ne sono meno responsabili ne sopporteranno le drammatiche conseguenze

Analizzando il problema del riscaldamento globale, emerge come uno dei paradossi di questo fenomeno consista nel fatto che proprio i paesi in via di sviluppo saranno coloro costretti ad affrontarne le drammatiche conseguenze, nonostante essi non siano i principali responsabili delle emissioni inquinanti e, comunque, non usufruiscano come dovrebbero dei benefici economici ai quali l'industrializzazione porta.

Una di queste drammatiche conseguenze, come noto, consiste nell’innalzamento del livello dei mari, che porterà ad una migrazione di “esuli climatici” in fuga dai loro paesi sotto la minaccia delle alluvioni.

Come dovrebbero rapportarsi i paesi industrializzati ad una così drammatica eventualità ?

La soluzione più equa sarebbe stabilire di vincolare i paesi responsabili del riscaldamento globale ad accogliere gradualmente gli immigrati provenienti dai paesi in via di sviluppo. I modelli di studio idrologici consentono di poter affermare tranquillamente che, se non verranno promosse nuove azioni di contenimento delle emissioni di gas serra, il livello delle acque marittime crescerà mediamente di oltre 30 centimetri entro il 2050.

A causa dell'innalzamento del livello dei mari, alcuni paesi verranno completamente sommersi dalle acque. Il Governo delle isole Tuvalu, nell'Oceano Pacifico, ha già chiesto ad Australia e Nuova Zelanda di accogliere i propri abitanti quando il mare invaderà l'arcipelago.

Ciò che si può fare, in realtà, non è molto.

Le masse oceaniche si caratterizzano per possedere un'enorme inerzia termica, il fenomeno che fa sì che le conseguenze dei cambiamenti climatici si manifestino nel tempo molto lentamente. L'impatto cumulativo dei gas serra emessi 150 anni fa durante la rivoluzione industriale, ad esempio, si sta facendo sentire solo ora, e questo proseguirà anche dopo aver previsto nuove eventuali misure di contenimento delle emissioni dei gas serra.

In sostanza, qualsiasi cosa faremo, niente potrà impedire l'esodo degli “esuli climatici”.

Una via per affrontare il problema potrebbe far pensare all'irrigidimento dei confini territoriali e al considerare il dramma degli immigrati come una questione verso la quale non intraprendere iniziative risolutive.

Un approccio al problema più realistico, e più serio, prevede, appunto, di far accogliere alle nazioni più inquinanti, tra le quali Cina e India, i 200 milioni di immigrati che perderanno le proprie case entro il 2080. Ma in che proporzioni i futuri alluvionati dovranno essere accolti ?

Secondo il modello proposto in questa sede, il paese maggiormente responsabile per le emissioni inquinanti, gli Stati Uniti, dovrebbe ospitare ogni anno il 21% del totale degli immigrati. L'ultimo paese presente nella lista dei maggiori inquinanti a livello globale, il Venezuela, ne accoglierà meno dell'1% . Se un programma del genere venisse avviato entro il 2010, gli Usa, ad esempio, si dovranno preparare ad ospitare dai 150.000 al mezzo milione di esuli all’anno per, all'incirca, i prossimi settant'anni (da considerare, a questo proposito, come gli Usa ogni anno registrano l'entrata nel proprio paese di un milione di immigrati).

È evidente, ormai, come la popolazione immigrata sia certamente in grado di portare benefici ai relativi paesi ospitanti. Ne porterebbe sicuramente alla maggior parte delle nazioni occidentali, le quali attraversano da anni notevoli crisi demografiche, con conseguenti diminuzioni nella disponibilità di manodopera e un numero sempre crescente di pensionamenti.

Bisogna ricordare che l'alta marea da riscaldamento climatico porterà a conseguenze diverse a seconda dei paesi. Mentre, infatti, le popolazioni dei paesi avanzati sono in grado di far fronte a queste emergenze attraverso la costruzione delle dighe, le coperture assicurative e la predisposizione di efficaci sistemi di allarme e prevenzione, gli effetti del riscaldamento si riveleranno catastrofici per i paesi poveri.

Una soluzione come quella appena proposta si mostra relativamente indolore. Senz'altro, è una proposta d'intervento umanitaria che crediamo ragionevole per affrontare una delle più devastanti conseguenze delle problematiche ambientali del nostro tempo.

Sujatha Byravan è il presidente del 'Council for Responsible Genetics' (http://www.gene-watch.org/). Sudhir Chella Rajan è il responsabile del 'Global Politics and Institutions Program' al Tellus Institute.

Fonte: http://www.commondreams.org/views05/0511-28.htm

Tradotto da Luca Donigaglia per Nuovi Mondi Media




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