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a cura di Nobiotech

Imparare dalla natura: molte delle invenzioni umane sono geniali imitazioni di quanto l'evoluzione ha già forgiato durante milioni di anni. In sostanza anziché provare e riprovare le soluzioni in laboratorio, sovente è meglio studiare quel che l'evoluzione ha già fatto: il caso ha fatto tutti i possibili esperimenti e la selezione naturale ha fatto sopravvivere le migliori, quelle più adatte a garantire la sopravvivenza di una specie in un certo ambiente.

A questa categoria appartengono alcuni geniali trucchi con cui le piante, che non possono scappare davanti ai predatori, si proteggono comunque. Un modo è quello di emettere sostanze chimiche repellenti o sgradite ai bruchi voraci, ma non è l'unico. C'è anche un altro meccanismo chimico più tortuoso che è stato identificato solo da una dozzina d'anni e che ora i ricercatori cercano di capire nel dettaglio, eventualmente per utilizzarlo nella protezione dei raccolti.

In sostanza le cose vanno così: la pianta aggredita si accorge delle presenza degli animali nocivi (e già questa è una funzione alta e complicata); in risposta alla loro presenza rilascia nell'aria delle sostanze chimiche volatili che non hanno la funzione diretta di allontanare il disturbatore, ma quella di attirare i predatori o i parasitoidi specifici contro quel bruco. Il predatore ha imparato a associare quel segnale alla presenza di cibo per lui, e dunque arriva sulla pianta e la libera dall'aggressione; il parassitoide fa lo stesso lavoro, ma in modo indiretto, depone le uova nel corpo dell'animale. Una volta larve, lo divoreranno. Come si vede, di strategie multiple e a complesse, con molteplici percorsi, evidentemente raffinati e specifici. Geniali insomma, e molto meno rozzi della soluzione umana che consiste nello spargere a pioggia insetticidi in abbondanza, magari intossicando terreno e contadini.

Di questi fenomeni si occupano diversi gruppi di ricercatori, al Max Plank Institut di Jena e all'università di California a Davis. La prima idea fu quella di spruzzare un ormone delle piante il quale a sua volta stimola la produzione dei segnali chimici. Ma non funziona: se i predatori vengono attirati anche quando non ci sono prede, allora non associeranno più il segnale alla disponibilità di cibo: gridare “al lupo, al lupo” annulla la serietà dell'allarme. Si può cercare allora di esaltare le doti spontanee delle piante nel rilasciare i segnali; si è scoperto per esempio che alcune varietà selvatiche di cotone producono assai più attrattori dei parassitoidi che non il cotone domestico; da qui il tentativo di incrociare le migliori virtù del cotone per restituire anche a quello da coltivazione una proprietà che alcune sue varietà avevano generato.

È una strada che stanno perseguendo un gruppo di ricercatori olandesi, come ci informa un articolo della rivista Nature. Altri pensano che si possa operare direttamente con la manipolazione genetica, identificando i geni che comandano la produzione dei segnali chimici e inserendoli nelle piante in cui serve, ma nulla di tutto ciò è banale né semplice. E poi c'è un altro problema: questo elaborato meccanismo di difesa funziona solo se in zona esistono predatori e parassitoidi capaci di aggredire le pesti.

Ma questa condizione, se si presenta facilmente negli ambiti naturali, è molto più difficile nel caso di grandi colture intensive. Occorrerebbe creare, in prossimità dei campi, opportuni serbatoi di insetti e aggressori, pronti a essere convocati al lavoro quando sia necessario. Insomma, fare qualcosa di analogo a quanto la natura realizza spontaneamente. Sembra complicato, ma invece potrebbe rivelarsi la migliore soluzione specialmente per i paesi in via di sviluppo; ci lavorano i ricercatori del Centro internazionale sulla Fisiologia degli insetti di Nairobi, in Kenya, sembra con risultati incoraggianti che ora vengono riproposti in Uganda, Malawi e Etiopia.

Autore: Franco Carlini - Il Manifesto




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