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R.S. a cura di Anna Ermanni

Gli ossidi di azoto in atmosfera sono saliti e di molto nel corso del 2004 e hanno determinato una forte riduzione dell'ozono. Lo annunciano i dati raccolti da Cora Randall della University of Colorado di Boulder, che ha coordinato un'équipe di dieci colleghi provenienti da Canada, Norvegia, Svezia e Stati Uniti. L'aumento di queste sostanze ha condotto a una riduzione del 60% dell'ozono a circa 40 chilometri di altezza alle latitudini più settentrionali.

Una volta tanto, però, le attività umane non sembrano avere alcuna colpa. In un articolo che è stato pubblicato sulla rivista “Geophysical Research Letters”, infatti, i ricercatori sottolineano che la colpa di questa riduzione è dovuta a due fenomeni naturali e cioè le condizioni meteo di alta quota e l'attività delle tempeste solari.

Tra il febbraio e il marzo dello scorso anno, i sistemi di bassa pressione che confinano con le regioni artiche, chiamati vortice polare stratosferico, sono stati particolarmente forti. Le tempeste solari, particolarmente attive tra l'ottobre e il novembre del 2003, hanno bombardato l'atmosfera con particelle cariche elettricamente che hanno favorito la formazione di ossidi di azoto.

La presenza del forte vortice ha consentito a questi ossidi di scendere fino a circa 30 chilometri di quota. I composti dell'azoto sono particolarmente distruttivi per l'ozono e hanno quindi contribuito alla scomparsa di questa sostanza. “Nessuno aveva previsto un effetto del genere — dicono i ricercatori — e questo dimostra l'importanza e la difficoltà di riuscire a separare gli effetti atmosferici dovuti all'azione dell'uomo da quelli invece di origine naturale”.

Gli effetti di questo processo si sono tradotti in una serie di importanti fattori: soprattutto nella diminuzione della copertura dello scudo di ozono su Europa, Nord America e Asia. Nella scorsa primavera poi si sono verificate altre riduzioni dello stato di ozono, dovute soprattutto alle temperature particolarmente fredde.

Fonte: Redazione Lanci, Agenzia ZadiG-Roma

Istituzione scientifica citata nell'articolo:

University of Colorado




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