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redazione ECplanet

I 10 grandi fiumi del pianeta - il Nilo, in Africa, il Gange, l'Indo, lo Yangtze, il Mekong, il Salween, in Asia, il Danubio, in Europa, La Plata e il Rio Grande-Rio Bravo, in Sud e Nord America, il Murray-Darling, in Australia - sono al collasso. La maggior parte sta perdendo lo sbocco al mare e - ancora più grave - quasi un quarto di quelli che ancora ce l'hanno rischia di restarne privo nei prossimi 15 anni per colpa dell'effetto serra, della siccità e a causa delle opere artificiali dell'uomo.

L'allarme lanciato dal WWF - alla vigilia della Giornata Mondiale dell'Acqua - conferma i timori già espressi in precedenza da uno studio dell'ONU: si costruiscono strade, ponti, edifici, si cementificano gli argini, si rettificano gli alvei, si captano dissennatamente le risorse idriche (abbassando le falde e prosciugando gli specchi d'acqua), si estraggono ghiaia e sabbia, senza contare l'inquinamento delle acque reflue urbane, delle colture agricole e degli impianti industriali. Risultato: un disastro in corso e uno ancora più grande in arrivo.

Indo e Nilo - spiega il WWF - subiscono più di altri l'impatto dei cambiamenti climatici: il primo è per più del 30% in condizioni di siccità per la scomparsa dei ghiacciai da cui dipende e il secondo subisce la costruzione di dighe e l'innalzamento della temperatura globale, al punto che il fiume più lungo del mondo ha cessato di riversare nel Mediterraneo acque dolci, provocando un'alterazione nei livelli di salinità in corrispondenza del delta. Dallo stato di salute di questi due fiumi-simbolo dipende una popolazione di oltre 500 milioni di abitanti. Il Gange è depauperato dall'eccessivo sfruttamento delle sue acque per scopi domestici e industriali.

Impressionante il caso del Rio Grande: quello che negli atlanti continua ad essere indicato come uno dei 20 fiumi più lunghi del mondo, non solo non riesce più a fare arrivare la sua acqua all'oceano, ma scompare a metà del suo corso, fermandosi dopo appena 1300 chilometri all'altezza di El Paso, la città del Texas che lo priva di tutta la sua acqua.

Yangtze e Mekong in Cina e nel Sud-Est asiatico sono minacciati da inquinamento, iper-sfruttamento e pesca eccessiva. Lo Yangtze rappresenta il 40% delle risorse idriche della Cina e da esso dipendono più del 70% della produzione nazionale di riso, il 50% di quella di grano e più del 70% delle risorse ittiche: in una cifra questo bacino rappresenta il 40% del PIL cinese. Negli ultimi 50 anni, i livelli di inquinamento sono cresciuti del 73%, tra acque reflue e scarichi industriali. Il Mekong - il più grande bacino fluviale del Sud-Est asiatico - è tra i più intatti e quindi tra i più pescosi, con un valore commerciale dei prodotti ittici pari a più di 1,7 miliardi di dollari, ma la pesca eccessiva e le pratiche illegali rischiano di privare 55 milioni di abitanti della loro principale fonte di sostentamento (l'80% delle proteine animali viene dal Mekong).

Il Danubio, così come il bacino La Plata, vengono invece stravolti dalle infrastrutture (nel caso del fiume europeo è enorme la pressione industriale e turistica). In Australia, il Murray/Darling è invaso da specie ittiche estranee come la carpa europea, che provoca fanghiglia, bloccando così i processi di fotosintesi. Il report del WWF spiega che il 41% della popolazione mondiale vive in bacini fluviali sottoposti a profondo stress idrico e che oltre il 20% delle 10 mila specie d'acqua dolce si sono già estinte oppure sono gravemente minacciate. I sei fattori che più li minacciano, in definitiva, sono i cambiamenti climatici, le alterazioni e la perdita di habitat per colpa delle infrastrutture, l'eccessiva captazione delle acque, l'inquinamento, l'aumento di specie invasive e lo sfruttamento non sostenibile delle risorse ittiche.

Dato che i fiumi costituiscono l'insostituibile riserva d'acqua del Pianeta (una volta distrutti, saranno a rischio le risorse e la stessa sopravvivenza dell'uomo), è necessario intervenire con misure drastiche, subito, limitando gli scarichi industriali, riducendo l'impatto dell'agricoltura intensiva e dei furti di acqua e incrementando la cooperazione internazionale per il salvataggio degli habitat. «Come per i cambiamenti climatici, che hanno adesso l'attenzione dei governi e del mondo degli affari, vogliamo che i responsabili politici si rendano conto della crisi idrica adesso e non dopo», ha osservato Jamie Pittock, Direttore del Programma Acqua Dolce del WWF. Drammatico è anche lo stato delle acque in Italia, in particolare in Abruzzo. I dati, pubblicati dall'Agenzia Regionale per la Tutela dell'Ambiente (ARTA) e contenuti nello Stato dell'Ambiente in Abruzzo sul livello di inquinamento dei fiumi., indicano una situazione del tutto fuori controllo, con una diffusissima presenza di inquinanti pericolosi per la salute e per l'ambiente, e un generale lassismo nei confronti delle normative ambientali.

Siamo vicini ala soglia di non ritorno. In due anni, sono scomparsi completamente i già pochi punti di rilevamento con qualità delle acque “elevato”, con un -5%, che azzera questa categoria. Nello stesso periodo, l'indice relativo allo Stato di Qualità Ambientale dei Fiumi ha visto incrementare le situazioni con stato dell'acqua “scadente” o “pessimo” (+14%). «Se allarghiamo l'indagine a tutto il territorio regionale, comprese le aree poco abitate», spiega il WWF, «ben il 50% dei punti di campionamento delle acque sotterranee è interessato da fenomeni di inquinamento significativi e/o rilevanti. L'ARTA ha poi individuato ben 2820 siti che possono potenzialmente costituire fonti di inquinamento. Un'indagine ristretta a 108 punti d'acqua prossimi a questi siti ha evidenziato che ben il 72% ha almeno un parametro fuori legge. Nelle aree pianeggianti e collinari la quasi totalità dei punti di campionamento è del tutto fuori norma con presenza di inquinanti di estrema pericolosità, come Tricloroetilene, Cloroformio, Percloroetilene, Cloruri e Antimonio».

Per quanto riguarda la dispersione idrica dell'acqua immessa nelle reti, captando sorgenti e, dunque, sottraendo il bene al letto dei fiumi, l'Abruzzo è tra le regioni peggiori in Italia, con un dato complessivo del 58% e punte veramente incredibili del 77% nell'Ambito Territoriale Ottimale Marsicano e del 75% nell'ATO Peligno. La situazione dei siti inquinati da bonificare «è sconcertante», visto che non è stato ancora adottato il Piano Regionale delle Bonifiche. A questa, si aggiunge la scoperta della discarica abusiva di Bussi (la più grande d'Italia): «le notizie che stanno filtrando», dicono ancora dal WWF, «sembrano far emergere una Porto Marghera abruzzese per la quantità e la qualità delle sostanza inquinanti. Sui due siti di bonifiche nazionali già individuati, Saline e Alento, siamo molto indietro e da anni il Ministero dell'Ambiente aspetta risposte appropriate dalle autorità locali».

Gli ultimi mesi segnalano anche interi tratti fluviali massacrati da interventi per la cosiddetta “messa in sicurezza” che si tramuta nel radere al suolo totalmente qualsiasi forma di vita. È il caso del Sagittario, del Tordino e del Vezzola, per cui a nulla è valsa la diffusione in Italia delle tecniche di ingegneria naturalistica ed integrata dei fiumi. «Quelli che presentiamo oggi», ha detto Augusto De Sanctis, referente acque del WWF Abruzzo, «sono dati allarmanti e sconfortanti che nel dossier nazionale vengono evidenziati come casi-limite per la loro rilevanza negativa in ambito nazionale. Ci dicono che la priorità per la nostra regione è l'inquinamento e la gestione dell'acqua e non certo le infrastrutture o altri settori, pure importanti. La massiccia diffusione di inquinanti, in una regione peraltro relativamente poco antropizzata, indica una sostanziale assenza di politiche efficaci di prevenzione ed intervento.

Preoccupa il fatto che la qualità delle acque stia peggiorando e che l'inquinamento si stia estendendo anche a quelle poche aree montane finora più salvaguardate. I dati che ci angosciano di più sono quelli relativi allo stato delle acque sotterranee», ha detto De Sanctis, «l'acqua che non si vede ma che permea tutti i terreni abruzzesi. Ebbene, lì l'elenco degli inquinanti, soprattutto nelle zone di pianura e collina, è impressionante e segna una vera e propria catastrofe ambientale. Le percentuali dei siti inquinanti è pazzesca, soprattutto se poi andiamo a vedere le tipologie di inquinanti. Sostanze nocive, cancerogene, tossiche come il benzene e il benzo(a)pirene. È il simbolo di una situazione ormai alla deriva la cui rotta può essere modificata solo con un impegno chiaro e deciso degli amministratori».

LA GUERRA DELL'ACQUA

In questo quadro apocalittico, nella Valle di San Félix in Cile, dove l'acqua più pura del Paese che scorre nei fiumi è alimentata dai ghiacciai che si trovano 5.200 metri di altezza sulla Cordigliera delle Ande da più di 10mila anni, si stà pensando di distruggerli per poter accedere ai grandi depositi di oro, argento e altri minerali. Il progetto di estrazione «Pascua Lama» è un accordo (criminale) fra Cile e Argentina, a 150 Km ad est della Città di Vallenar Capitale della Comunità di Huasco, e 300 Km a nordovest della città argentina di San Juan. L'accordo si basa su un Trattato del 2004.

Il governo cileno ha approvato questo progetto di estrazione nel 2006 ma il progetto non è ancora partito perché i contadini della zona hanno ottenuto una proroga. Infatti, se si distruggono i ghiacciai, non solo si distruggeranno le sorgenti purissime di quest'acqua, ma l'acqua dei fiumi verrà contaminata permanentemente. L'acqua non potrà più essere usata né per l'agricoltura né per la zootecnia. Infatti, per l'estrazione, si fa uso di cianuro e acido solforico. I contadini stanno dando battaglia e sperano di ottenere solidarietà dalla sensibilità internazionale ed hanno attivato i canali di Internet: con un sito informano e inviano email per diffondere notizie di quello che sta avvenendo e formare un movimento di pressione con la raccolta di firme di personalità internazionali.

La realizzazione di quella che gli abitanti non esitano a definire «aberrazione», e che lasciano perplessi i glaciologi, è della multinazionale canadese Barrick Gold, che sta investendo millecinquecento milioni di dollari e promette lavoro a più di seimila lavoratori fino al 2009. Secondo Carolina Sandoval, del movimento «Anti Pascua Lama» il progetto di estrazione ha già danneggiato fra 50% a 70% dei ghiacciai Toro I, Toro II ed Esperanza. Sottolinea, inoltre, che si sta parlando di ghiacciai che coprono un'area in cui piove ogni 10 anni.

Data articolo: marzo 2007
Fonte: WWF

Link correlati all'articolo:

No a Pascualama

Giornata Mondiale dell'Acqua

Rapporto WWF PDF (in inglese)

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