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La guerra dell'acqua (parte 2)
La guerra dell'acqua (parte 2)


di: Alessio Mannucci

La privatizzazione dell'approvvigionamento idrico cominciò in Inghilterra nel 1989 sotto il governo di Margaret Thatcher. Nei dieci anni successivi, le nuove compagnie idriche hanno ricavato profitti per oltre dieci miliardi di sterline. Oggi, due colossi, la Veolia e la Suez, controllano l'80% del mercato idrico internazionale, contando circa trecento milioni di clienti.

Nazione dopo nazione, si levano proteste che sono destinate ad aumentare: in Bolivia, Argentina, Ghana, Sudafrica. Mentre i colossi dell'acqua si stanno spostando verso nuove aree di mercato in Cina, Nord America ed Europa (Italia inclusa). Le persone che non hanno accesso all'approvvigionamento di acqua pulita rimangono, tuttavia, ancora più di un miliardo nel mondo. Secondo i dati dell'ONU, nel 2025 circa 5 su 7,9 miliardi di abitanti della terra non disporranno di acqua sufficientemente pulita.

Nell'ultima edizione del “Rapporto sullo Sviluppo Mondiale dell'Acqua”, pubblicato in occasione del Quarto Forum Mondiale sull'Acqua (Città del Messico, marzo 2006), l'ONU ha illustrato, ancora una volta, una situazione a dir poco drammatica: più di un miliardo di persone non hanno ancora accesso all’acqua potabile pulita e più di due miliardi e mezzo di persone non dispongono di alcuna infrastruttura sanitaria. Di conseguenza, ogni anno muoiono circa 1,6 milioni di persone. Metà dei flussi d'acqua sono fortemente contaminati da sostanze inquinanti, che ripetutamente e rapidamente distruggono l'ecosistema d'acqua dolce.

In una dichiarazione comune, un numero considerevole di ONG provenienti da diversi continenti (tra cui Pane per Tutti, FIAN e Fondazione Heinrich Boell dalla Germania e Alliance Sud dalla Svizzera) si è impegnato a chiedere ai propri governi di battersi in seno al nuovo Consiglio ONU per i diritti umani in favore del “diritto all'acqua” e a occuparsi con un relatore speciale ad esaminare le lacune. A medio termine queste ONG, associate alla rete “Friends of the Right to Water”, rivendicano una convenzione internazionale sull’acqua nel quadro dell'ONU, per proteggere obbligatoriamente l'acqua come bene pubblico.

“Il Business dell'Acqua Compagnie e Multinazionali contro la Gente”, di Sjolander Holland Ann-Christin (Jaca Book, 2006), traccia nel dettaglio la storia che si cela dietro a questi fatti e a queste cifre.

L'autrice ha viaggiato per l'America Latina, l'Africa e l'Europa per intervistare i poveri, gli esperti, i dirigenti delle compagnie. La domanda di fondo è: le decisioni sull'approvvigionamento idrico e sull'accesso all'acqua devono essere prese dai cittadini o dalle compagnie private e dalle multinazionali ?. L'acqua è un diritto dell'uomo o soltanto un bene commerciabile al pari di altri ?

(l'edizione italiana è stata appositamente aggiornata dall'autrice, con particolare riferimento alla situazione italiana, avvalendosi anche della collaborazione di Emanuele Lobina, della Public Services International Research Unit dell'Università di Greenwich, Londra).

“Far soldi sulla sete - la domanda globale di acqua potabile attrae imprese grandi e piccole” è il titolo di un articolo di prima pagina della sezione economica del New York Times del 10 agosto 2006. “Quello dell'acqua è un settore in cui la crescita appare ora illimitata”, commentano dalla Goldman Sachs, banca impegnata nella privatizzazione dell'acqua in Spagna, Cina e Cile. Negli Stati Uniti, gli esperti stimano che il 15-20% dei sistemi idrici che gestiscono acqua potabile e acque reflue sono di proprietà o affidati ad operatori privati. Secondo un analista, il mercato dell'acqua negli USA “avrà un valore di 150 miliardi di dollari nel 2010”. Siccità occasionali, infrastrutture cadenti e gli standard imposti dall'autorità ecologica EPA alimentano il rialzo dei prezzi.

I big dell'industria dell'acqua sono la Energy Financial Services della General Electric, Siemens, Danaher e ITT. Fanno “acquisti frenetici”, provocando il “consolidamento” di un settore in cui attualmente nessuna impresa ha più del 5% del mercato. L'articolo sorvola sui progetti di Suez, Veolia e RWW-Thames, anch'esse impegnate nel settore (forse perché fanno capo all'ambiente sinarchista di Rohatyn). “La dissalazione richiede sempre troppi investimenti e troppa energia”; per questo motivo la Siemens, insieme alla israeliana Mekerot, preferisce dedicarsi “al riutilizzo della poca acqua disponibile”. Un'impresa del South Carolina invece pianifica di far soldi caricando di acqua le petroliere nel viaggio di ritorno in Medio Oriente.

Nel paese più povero e forse più coraggioso del Sud America, un altro consorzio multinazionale per la privatizzazione dell'acqua ha chiuso i battenti. Le organizzazioni di quartiere della città boliviana dI El Alto hanno indetto uno sciopero generale a tempo indeterminato, esigendo che Aguas del Illimani - una società operata dal gigante francese Suez - restituisse immediatamente il sistema idrico cittadino al controllo pubblico. I cittadini hanno marciato in massa sulla capitale per festeggiare la loro vittoria e avanzare richieste analoghe per le forniture di elettricità e gas.

Il portavoce di Suez, Luan Greenwood, ha detto: “Aguas de Illimani non è stato formalmente informato che il contratto per la fornitura dell'acqua è stato revocato”. Ma secondo i notiziari boliviani il governo ha emanato la “Risoluzione suprema 27973” che cancella il contratto con Aguas di Illimani per i servizi idrici e fognari nelle città gemelle di El Alto e La Paz, la capitale del paese, alla luce dell'immensa e ineludibile pressione popolare. Greenwood ha replicato che: “gli azionisti faranno ricorso a tutti gli strumenti legali a loro disposizione per tutelare i propri diritti. Non sarà facile per il governo boliviano terminare senza contasti un contratto che è stato pienamente rispettato” (il 55% delle azioni di Aguas del Illimani è nelle mani di Suez, l'8% in quelle della Banca Mondiale, e il resto in quelle di investitori sudamericani).

Gli eventi di El Alto e La Paz seguono la “Guerra dell'Acqua”, una pietra miliare nelle lotte dei movimenti sociali, scoppiata nel 2000 nella terza città più grande della Bolivia: Cochabamba. Dopo cinque mesi di drammatiche rivolte popolari, gli abitanti di Cochabamba hanno riottenuto il controllo del loro sistema idrico, precedentemente nelle mani del gigante statunitense Bechtel e dei suoi partner.

A El Alto (800 mila abitanti), dove la povertà è dilagante, la gente è insoddisfatta per la mancanza di servizio in alcune zone periferiche, e per i costi elevati. Un nuovo allacciamento alla rete idrica può costare fino a 445 dollari americani (secondo i dati delle Nazioni Unite, il 34% degli 8,6 milioni di boliviani vivono con meno di 2 dollari al giorno, e il salario minimo è di circa 66 dollari al mese). Suez dice di aver ottemperato, superandoli, tutti i suoi obblighi contrattuali (che escludono certe aree della città), di aver sempre prestato molta attenzione alle richieste della popolazione di El Alto (soprattutto quella non raggiunta dal servizio) e di essersi sempre preoccupata di venir incontro ai bisogni dei clienti che vivono sotto la soglia di povertà. Greenwood fa notare inoltre che i prezzi e i parametri contrattuali non sono fissati dalla Suez, ma dal governo.

Come a Cochabamba, la chiave fondamentale per la gente non è tanto l'impresa idrica, quanto un sistema (la globalizzazione, ndr) in cui le decisioni fondamentali per la vita delle persone sono prese da governi che sembrano rispondere più alle pressioni del sistema finanziario internazionale che ai loro cittadini. Oscar Olivera, dirigente dell'organizzazione che era in prima linea nella battaglia di Cochabamba, dice che non è semplicemente una questione di privato contro pubblico, ma piuttosto di stabilire un controllo locale e partecipato delle risorse. “La gente vuole partecipare alla gestione di tutto quanto influenzi la propria vita quotidiana”, dice Olivera, “la gente vuole costruire un nuovo modello”.

Jim Shultz, che ha contribuito a far conoscere al mondo la Guerra dell'Acqua di Cochabamba, sottolinea un fattore chiave che accomuna entrambe le battaglie: la gente non ha mai avuto voce in capitolo nella privatizzazione, che è stata loro imposta da un governo sottoposto a pressioni internazionali. La Banca Mondiale, nel suo zelo privatizzatore, ha fatto pressioni al governo boliviano perché offrisse in concessione ai privati i servizi idrici di Cochabamba ed El Alto/La Paz. Nonostante si cerchi di negare l'esistenza di tali pressioni, una relazione scritta nel 2002 dall'Operations Evalutation Department (Sezione per la Valutazione delle Operazioni, ndr] della Banca Mondiale afferma che: “Il presidente boliviano ha deciso di privatizzare i servizi idrici e fognari di La Paz e Cochabamba, ottemperando a una delle condizioni imposte dalla Banca Mondiale per prorogare i termini del credito fino al 1997”. La Banca Mondiale ha fornito quasi un quarto dei 68 milioni di dollari necessari per i primi cinque anni del progetto.

La lotta contro Aguas de Illimani/Suez potrebbe presto esaurirsi. Il Democracy Center, diretto da Jim Shultz, è ancora alle prese con gli ultimi strascichi della battaglia di Cochabamba. Il partner di Bechtel, la società spagnola Abedonga, ha deciso di portare avanti la causa. Shultz spera che la campagna di lettere organizzata dalla sua organizzazione possa convincere Abedonga a resistere.

La mercificazione dell'acqua segue molte strade. Una è la concessione a privati dello sfruttamento di sorgenti, pozzi, acquedotti e canali. In Messico, le riforme per aprire questo tipo di mercato trovano qualche resistenza perché la Costituzione stabilisce che la gestione dell'acqua è riservata allo stato. Ciò significa che, almeno in teoria, questa non è una merce come le altre e che può essere oggetto di concessioni solo per un tempo limitato. Le difficoltà legali si aggirano grazie a una parola magica: “decentralizzazione”. Magica e ingannevole giacché nei fatti “decentralizzare” ha voluto dire consegnare i sistemi idraulici ai governi locali con l'unico obiettivo di aprire il passo alle privatizzazioni.

L'altra via della mercificazione è quella del consumo d'acqua in bottiglia, che dappertutto è una truffa colossale, visto che da nessuna parte gli imbottigliatori usano acqua di fonte, ma pongono il proprio sigillo all'acqua della rete pubblica. Il Messico è sempre stato un gran consumatore di bibite a base di cola e ora è il secondo consumatore pro capite d'acqua imbottigliata, preceduto solamente dall'Italia. La Coca Cola - uno dei cui ex dirigenti, Vicente Fox, è Presidente della Repubblica - possiede qui una rete di 17 imprese d'imbottigliamento, seguita dalla Pepsi con solo 6. Il risultato è che un litro d'acqua in bottiglia costa adesso come un litro di benzina. In pochi anni, l'effetto combinato di questi fattori ha dato luogo ad un notevole aumento delle tariffe che adesso cominciano ad approssimarsi al prezzo di “mercato”, proprio come esigono i dogmi della teoria economica neoclassica.

Le ultime barriere sono cadute quando, il 29 aprile 2004, il Parlamento ha approvato una riforma della Legge delle Acque Nazionali che favorisce le concessioni alle imprese private a danno degli organismi municipali rinunciando ai principi fondamentali della giustizia sociale. La nuova legge stabilisce, infatti, che le imprese che costruiscono le dighe avranno anche il diritto a vendere i servizi d'irrigazione ed elettricità. Al tempo stesso, gli utenti sprovvisti di contatore potranno essere sanzionati con multe fino a 225.000 pesos, che, nel caso di campesinos le cui entrate raramente superano i 50 pesos al giorno, rappresentano cifre enormi.

Non è tutto. A pochi mesi dall'entrata in vigore della legge, il titolare del Segretariato dell'Ambiente e delle Risorse Naturali (Semarnat), Alberto Cárdenas Jiménez, ha affermato di non voler riposare fino a che il prezzo dell'acqua non raggiunga un livello “da far male”. Ma fa male già adesso (secondo studi recenti, i settori sociali più emarginati spendono fino al 30% dei propri averi per comprare il vitale liquido).

Fin dalla nascita, il mercato globale dell'acqua ha presentato caratteristiche singolari giacché è sempre stato controllato da un pugno di giganti europei che esibiscono attitudini depredatrici simili o anche peggiori a quelle dei concorrenti nordamericani. Le due imprese più grandi, Suez e Vivendi Universal, sono francesi; insieme si ripartiscono il 70% del mercato mondiale dell'acqua: la prima opera in ben 130 Paesi, la seconda in 90.14.

Per giustificare il loro operato esse diffondono l'idea che di fronte all'inefficienza generalizzata delle istituzioni pubbliche, è meglio optare per l'impresa privata che è “dinamica, produttiva e onesta”. Nel 1993, il governatore di Aguascalientes autorizzò il sindaco a dare in concessione il servizio pubblico d'acqua potabile, captazione e trattamento delle acque residue. Nello stesso tempo, la Riforma della Ley Estatal de Aguas legalizzò la partecipazione dell'impresa privata, il che aprì il cammino a Servicios Hídricos de Aguascalientes, un'impresa creata ad hoc e composta da: Ingenieros Civiles Asociados (ICA), Banamex e la Compagnie Générale des Eaux, una sussisidiaria di Vivendi.

Le autorità giustificarono la privatizzazione con il cattivo stato del servizio (ma questo non migliorò). Gli unici effetti visibili furono il repentino aumento delle tariffe e la sospensione della fornitura nei casi di morosità, una pratica fino allora quasi sconosciuta. Secondo la compagnia, quello era l'unico modo per frenare il consumo stimolando il risparmio e limitando così lo sperpero. L'impresa passò, malgrado ciò, per molteplici disavventure finanziarie accumulando debiti. Con la svalutazione della moneta nel 1994, questi diventarono pressoché ingestibili. Per evitare la bancarotta e la sospensione del servizio, la giunta municipale dovette apportare grandi dosi di capitale pubblico (mostrando ancora una volta come i grandi monopoli privatizzano i ricavi, ma socializzano le perdite). Il colmo: nel 1996 il contratto originale fu modificato per favorire ancor più l'impresa, ampliando a 30 anni la durata della concessione e rendendo tuttavia più flessibili i suoi obblighi, esimendola dall'investire nella costruzione di infrastrutture.

Un libro di Tony Clarke e Barlow - “Oro Blu. La battaglia contro il furto mondiale dell'acqua”, Arianna Editrice, 2005 - documenta decine di situazioni analoghe nei quattro angoli del mondo, ma soprattutto nei paesi in via di sviluppo. Ci sono casi limite, come in Cile, dove i Chigago Boys sono riusciti a privatizzare perfino i fiumi. Un pozzo d'acqua vale oggi più che un pozzo di petrolio. I problemi dell'acqua possono avere gravi ripercussioni geopolitiche. Nel caso del Messico, si è recentemente aggravata una vecchia disputa con gli Stati Uniti per il controllo dei fiumi e delle acque sotterranee lungo la frontiera.

La regione si trova alle soglie di un grave disastro ambientale. La maggiore falda acquifera del vicino del nord - la Ogallala, con circa mezzo milione di chilometri quadrati rende possibile l'irrigazione di circa 6,5 milioni di ettari coltivati a mais, sorgo, soia e grano - è contaminata da pesticidi, fertilizzanti e scorie nucleari. Visto che si tratta d'acqua fossile, il ricambio è molto lento e si prevede che la falda diventerà improduttiva nel giro di 40 anni.

Uno dei punti ardenti del conflitto riguarda lo sfruttamento del fiume Colorado, che nasce nelle montagne Rocciose, attraversa il Colorado, lo Utah, l'Arizona e la California pieno d'acqua, ma sbocca nel Golfo di California - in territorio messicano - ridotto ad un modesto torrente d'acqua fangosa e tossica. Ciò è dovuto al fatto che dal lato americano si trova la maggiore concentrazione d'industrie, insediamenti umani e attività agricole del mondo intero. Il sistema del Colorado rifornisce, infatti, gran parte delle zone metropolitane di Los Angeles, San Diego e Phoenix, sostentando inoltre gran parte della produzione invernale di verdura. Nel lontano 1944, i due paesi sottoscrissero un “Trattato Internazionale delle Acque” che regolava il flusso dei fiumi di frontiera stabilendo che ogni anno gli Stati Uniti devono destinare al Messico 850 milioni di metri cubi del Colorado, mentre a sua volta il Messico si impegna a inviare al vicino del nord 431 milioni di metri cubi del Bravo, l'altro gran fiume della regione.

Negli ultimi anni, con la scusa del ritardo con cui il Messico invia la propria quota, gli USA hanno deciso di rivestire di cemento il Canal Todo Americano, un affluente del Colorado la cui gestione non è purtroppo contemplata nel Trattato del 1944. Dato che quelle acque ricaricano una falda condivisa tra le due nazioni, il governo degli Stati Uniti avrà adesso la possibilità di captare non solo le acque di superficie del Colorado, ma anche quelle sotterranee.

“C'era una volta - scrive Arundhati Roy in un appassionato appello contro la costruzione di 52 dighe lungo il fiume Narmada, in India - un mondo che amava le dighe. Tutti ne avevano - comunisti, capitalisti, cristiani, musulmani, indiani e buddisti. Le dighe non incominciarono come un'impresa cinica, ma come un sogno. Però finirono in un incubo. Adesso è giunto il momento di svegliarsi” (“The Algebra of infinite Justice”, Peanguin Books, Nuova Delhi, India, 2002).

Fonti: Zmag, New York Times, Il Manifesto

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E-mail: Alessio Mannucci




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